curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2007

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DALL'IDEALE ALL'ARTE CONTEMPORANEA
IDENTITÀ E UMANESIMO

Data: 1 settembre – 21 ottobre 2007
Sede: Sabbioneta (MN), Palazzo Ducale
Patrocinio: Regione Lombardia e della Provincia di Mantova
Collaborazione: Comune di Sabbioneta


Sabbioneta ha conservato le radici che dal Rinascimento determinano l’origine, il concetto e il caratteristico appellativo di Città Ideale. Oggi consolida il nuovo percorso dedicato all’Arte Contemporanea collegando i fasti della Storia all’attualità culturale e animando un vivace palcoscenico, quasi Padiglione d’Arte Contemporanea, nei rapporti e raffronti tra linguaggi e poetiche della contemporaneità.
Identità e Umanesimo sono valori concreti e autentici, non concetti in astrazione, importanti quanto necessari a intessere il passato nel presente e disegnare l’avvenire.
Una schiera di artisti, fautori di nuovo umanesimo e dotati di forte identità, genera una visione dinamica della vitalità dell’arte nella continuità dei valori.
L’arco dialettico posto in palcoscenico nella pluralità tecnica e linguistica, fondata su prospettive personali e singolarmente autorevoli, evidenzia attraverso temi, sentimenti e linguaggi l’umanesimo che anima la concezione pura dell’arte contrapponendosi all’effimero, al vano, al transitorio.
Tutto ciò in coerenza al contenuto: nel perimetro di Sabbioneta che nell’essenza di Identità e Umanesimo riconosce la propria genetica.
A cura di Claudio Rizzi la mostra si articola nelle opere di autori appartenenti alle generazioni “di mezzo”, focalizzando l’attenzione su valori espressivi ampliamente consolidati ma ancora in divenire.

Gli artisti chiamati in tema sono:
Sergio Alberti, Vincenzo Balena, Claudio Borghi, Brunivo Buttarelli, Giovanna Fra, Grazia Gabbini, Enzo Maio, Antonio Marchetti Lamera, Max Marra, Franco Marrocco, Maria Molteni, Ayako Nakamya, Daniela Nenciulescu, Antonio Pedretti, Antonio Pizzolante, Giovanni Sala, Alessandro Savelli, Tetsuro Shimizu, Stefano Soddu, Elena Strada, Pierantonio Verga, Giorgio Vicentini.

L’esposizione accoglie circa cento opere, collocate in allestimento di dialogo e interazione per evidenziare attiguità, tematiche e sintassi poetiche.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Identità e Umanesimo

Gli ectoplasmi di Enzo Maio, essenzialità di forma e purezza di pittura, forse vanno verso le paludose vegetazioni di Antonio Pedretti, tessuto della memoria e radice dell’esistenza. E confinano i territori di Brunivo Buttarelli, sintesi di estensioni e golene, siccità e piena di fiume, mentre sull’argine veglia un angelo. Che volge alla casa di segno e suggestione in Pierantonio Verga, miraggio agnostico e illuminazione di fede nel dubbio quotidiano. Cercano o fuggono, nella risonanza di giorni fasti e nefasti, nella scansione di luce e buio, le presenze incombenti di Giovanni Sala. Corrono alla soglia, al crinale dello spazio di Claudio Borghi, alle sue porte proiettate ad altro paesaggio, luogo altrove di consapevole ignoto.E una traccia conforta, è presenza, orma tangibile di tempo testimoniato in Antonio Marchetti Lamera, duttile alla lettura e viva nella suggestione di passato. Che si stratifica, si avvolge e rigenera, si rinnova e svetta dalle fondamenta all’infinito in Sergio Alberti, luce e materia di futuro e passato. Dallo spazio le stelle riflettono il paesaggio, ideale o interiore, siderale o poetico, nelle costellazioni di Alessandro Savelli, orizzonte immaginifico per libertà di percezione. Che si ribalta nell’introspezione di Elena Strada, intimità confessa e dissimulata, autobiografia reticente nella tensione al dialogo, parola dichiarata e sottesa nella certezza di vocazione. Consapevolezza nobilitata in Franco Marrocco, chiamato un giorno, da un maestro di vita, a eleggere il motivo della propria esistenza e, dopo la famiglia, lui riconobbe esistere la pittura. Non distante si riconosce Max Marra, che nella professione riscontra linguaggio per affermare l’essere e percorre il senso della radice del domani. In analogia pulsano terra, aromi e tradizioni in Antonio Pizzolante, cantore di luci e suoni, dell’antico e del costante, meandri di storia e domande al presente. Risponde Grazia Gabbini, artefice di mappe e geografie dell’animo, nidi a riparo e superfici a navigazione esistenziale, tessiture di origine e sedimento di vita. Dai reperti, inanimato abbandono di una società avida nel consumo di se stessa, Vincenzo Balena recupera percorsi longevi, restaura dignità di memoria e attualità di significato. Maria Molteni coniuga materiali di opposta estrazione, arido e bello, povero e aulico, metafora palese di antitesi tra bene e male in forte crasi. Il negativo, scarto industriale o strumento di consuetudine di poco conto, si riabilita in Daniela Nenciulescu, si nobilita e diviene suggeritore di emozioni, proiettato dal niente all’assoluto. In parallelo, quasi trovarobe di grande teatro, Stefano Soddu conferisce onore alla cosa qualunque benché residuo dell’ingratitudine consumista miope nella lettura del contesto e cieca nella previsione del dopo. Nella caotica frattura del presente, Tetsuro Shimizu riconduce alla poetica intima, alla suggestione del pensiero e della memoria, alle fronde del tempo che vibra nel nostro sentire. Si collega sintonico il mondo di Ayako Nakamya, delicatezza orientale e gestualità ponderata, consapevolezza di sentimento nella transizione emotiva. Vicina ma singolarmente perentoria si attesta Giovanna Fra, velate stesure esistenziali, frammenti e brani di intensa lettura, luci e lampi di risonanza vitale. Infine, interprete primario, protagonista sulla scena, per la regia di Giorgio Vicentini, è il colore puro, autore e sceneggiatore, urgenza sostanziale per animare la partecipazione della platea: colore in sé, colore crudo.
Spartiti di intensa lettura, territori soggettivi quasi esplorazione profonda nel silenzio di monologo. Poetiche intime ma proiettate a potenzialità universale, laddove una tematica incontri pertinenze di sintonia.
Brani di panorama esistenziale testimoniati da artisti di nitida personalità.
Nell’epoca del mercato totale, del lecito ovunque, dell’offerta a tuttotondo, quando è possibile ottenere l’inverosimile, ancora sussistono valori inagibili alla compravendita.
Come l’ironia, che si possiede ma non si noleggia. O la classe, che non è acqua ma non si surroga nemmeno con lo champagne. O la disinvoltura, che non palpita dall’etichetta ma dalla personalità.
Un tempo i modelli identificativi erano forse limitati e canonici. Oggi appaiono stereotipi usurati. Mostrano l’inconsistenza della fragilità mediatica. E l’abbaglio non annega nella forma ma nella convinzione che l’aspetto possa dissimulare la verità.
Apparire per essere, adeguarsi per appartenere.
La pubblicità, con malizia congeniale e protervo incedere, ha influito negli usi e consumi del quotidiano ma tantopiù ha riscritto i moduli di formazione e impostazione di immagine, inducendo all’identificazione nel modello, nel mito, nello pseudo, senza capacità di discrimine tra autentico e spurio
Perché nell’esibizione del verosimile si tende a credere vero ciò che non si distingue simile.
Il concetto di identità di appartenenza, storicamente ineccepibile, si è scisso in grave frattura, enfatizzando l’appartenenza e mortificando l’identità. Contrarre un’aggregazione è certamente facile; ben più arduo alimentare una personalità.
Il gruppo rafforza e l’omologazione conforta. Ci si riconosce nel collettivo e pare traguardo sufficiente. Non importa che i tratti siano indiscriminati e comuni. Le affinità valgono più del pensiero e i paralleli, più che intellettuali, risultano esteriori.
L’identità è valore raro, in tutti i campi del sociale. E risalta ovunque la necessità di nuove risorse. Il territorio dell’arte ne manifesta esigenza assoluta per disarmare l’incombere di una crisi non intrinseca, perché voci eccellenti risuoneranno sempre, ma esterna: di lettura, di confidenza e di credibilità.
Il mondo artistico si è contaminato quando l’eccesso di comunicazione, pubblicità e marketing ha prevalso sulla lettura critica. .
L’arte, che non rientra nelle priorità di consumo quotidiano, può essere fraintesa con l’effimero: e l’effimero ha utilizzato questa breccia per dilagare. La confusione è alimentata anche dalla forza d’inerzia che spinge molti operatori verso una rotta un tempo inconsueta: non si propone, non si promuove; si tratta e si vende ciò che viene richiesto sull’onda di una notorietà
talvolta motivata e spesso artificiosa. Lavorare stanca ma pensare spaventa. Meglio assecondare e favorire l’oggetto della domanda. Non importa che l’arte perda la propria essenza e rischi l’ umiliazione a puro fattore commerciale.
Lo slogan rituale non consiste più nel grado di qualità ma nel valore di investimento e nel presunto tasso di guadagno.
No. L’arte nasce e vive come moto dell’animo. Alla radice, e prima di tutto, rimane godimento interiore, estetico, intellettuale. Questo è il cromosoma. Trasferire valori puri in misura venale è fuori luogo, forzatura, violenza. Il codice a barre sia accessorio e non canone prioritario.
Il contesto risulta oggi precario nei parametri e incerto nei requisiti. Il pubblico è bombardato ma non documentato. Si proclama la dimensione finanziaria ma non si attua alcuna motivazione concreta.
Invece l’identità dell’artista risponde alle domande della gente e determina le basi di dialogo che collega la poetica dell’autore all’animo del lettore.
Identità significa struttura di personalità, fondamenta nel tempo,coerenza. Verità di mondo interiore, proprietà e necessità.
Traduce la coscienza dell’azione, dove e perché, negli anni, nei fini e negli strumenti. E’ sindrome di fattori vari ma innanzitutto pensiero, ragione e scelta, onerosa ma ribadita.
L’identità non è formale, è sostanziale: soprattutto non è obbligatoria, è facoltativa. Motivo per cui non tutti la possiedono. Ma è basilare per vincere, in ogni campo, il confine del comune e il territorio della genericità.
Allora anche il concetto di ricerca assume una dimensione ben precisa e configura l’approfondimento tematico di un pensiero costante, epicentro degli interessi intellettuali. Come orizzonte di itinerario, come ragione dell’essere.
Eppure rimane sempre motivo intimo, perentorio ma sommesso, senza esibizione di esteriorità, scevro dai luoghi comuni dell’apparire per sembrare.
Tutto scorre. Anche la vita. Molti ne subiscono il transito. Alcuni ne reggono il timone. E scrivono le pagine di percorso.
Per riconoscere un giorno, quando giorno verrà, di aver speso bene la propria esistenza.

Claudio Rizzi





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