curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2011

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CERA MEMORIA, PAGINE DI TEMPO E DI STORIA DAL MUSEO DELLE CERE DELLA POSTUMIA

Data: 20 febbraio - 1 maggio 2011
Sede: Maccagno (VA), Civico Museo Parisi-Valle, via Leopoldo Giampaolo 1
Patrocinio: Regione Lombardia, Provincia di Varese, Provincia di Mantova
Collaborazione: Comune di Maccagno, Civico Museo Parisi-Valle, Associazione Postumia


Dal "Museo delle Cere" della Postumia, erede del Museo delle Cere di Milano, restaurato, integrato e riportato a nuova dignità nel 2004 a Gazoldo degli Ippoliti, giungono a Maccagno trentotto statue per animare un percorso storico e rinnovare la memoria di vicende italiane e di contesto internazionale.
Napoleone Bonaparte, simbolo e prologo della modernità, apre la mostra che si delinea con i protagonisti del Risorgimento, Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele II e, in stretto rapporto, Giuseppe Verdi, Alessandro Manzoni, Ippolito Nievo.
Vittorio Emanuele III e Ivanoe Bonomi
traghettano alle Guerre Mondiali e all'avvento della Repubblica che si manifesta nei dieci Presidenti: Einaudi, Gronchi, Segni, Saragat, Leone, Pertini, Cossiga, Scalfaro, Ciampi, Napolitano.
In parallelo, i Pontefici dal dopoguerra: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI.
Una sintesi delle vicende internazionali del '900 ospita le figure di Benito Mussolini e Adolf Hitler; i fautori della Conferenza di Yalta, Churcill, Stalin, Roosevelt; due artefici della costruzione europea, il Presidente francese Charles De Gaulle e il Cancelliere tedesco Konrad Adenauer; la crisi di Cuba anni '60 affrontata da Nikita Krusciov e da John Fitzgerald Kennedy; gli emblemi del marxismo, Lenin, Mao, Castro. Conclusione di itinerario e immissione nella contemporaneità, Michail Gorbaciov.
A sottolineare la suggestione, anzi e ancor più a favorirla, campeggiano alle pareti e sulle quinte di scena quattordici grandi opere realizzate da artisti contemporanei.
Ogni opera si rapporta ad uno specifico argomento proiettando l'evocazione della Storia e determinando una "atmosfera" priva di narrazione ma fortemente emotiva.
Un quadro di Giovanna Fra accoglie Napoleone Bonaparte. I leader storici del Risorgimento sono accompagnati dall'opera di Giorgio Vicentini mentre l'ambito intellettuale di Verdi, Manzoni e Nievo è interpretato dalla scrittura dipinta di Grazia Ribaudo.
Le prospettive di Vittorio Emanuele II sono sintetizzate dall'opera di Antonio Marchetti Lamera e il mutamento epocale simbolizzato da Vittorio Emanuele III e Ivanoe Bonomi è affidato all'opera di Mario De Leo.
I dieci Presidenti della Repubblica Italiana sono accolti dai quadri di Antonio Pedretti e Enzo Maio, mentre la pittura di Pierantonio Verga diffonde sacralità sulla scena dei cinque Pontefici.
Gli esiti del rapporto Mussolini-Hitler sono rivissuti da Raffaele Penna e il dipinto di Alessandro Savelli campeggia sulle figure del patto di Yalta, Roosevelt, Stalin, Churchill.
Paolo Schiavocampo interpreta nel suo lavoro la dinamica della ripresa europea sancita da De Gaulle e Adenauer e, non lontano, la contrapposizione delle superpotenze espresse da Kruscev e Kennedy si riscontra nella tensione pittorica di Max Marra.
Le ultime scene, la prima dedicata agli alfieri del Comunismo, Lenin, Mao e Castro, la seconda alla conclusione di un'epoca e all'apertura alla contemporaneità, simboleggiata da Gorbaciov, sono interpretate dalle forti suggestioni di Grazia Gabbini e Franco Marrocco Un palcoscenico di impatto immediato nella sequenza iconografica accende l'immaginario collettivo e abbraccia la memoria: la Storia d'Italia, i contrasti nel mondo, i ricordi del vissuto familiare.
Per leggere le radici, ripercorrere i giorni e ritrovare sentimenti, passioni, ideali.


A cura di Claudio Rizzi e Nanni Rossi, con esauriente catalogo edito da PubliPaolini e Patrocinio della Regione Lombardia, della Provincia di Varese, della Provincia di Mantova, la mostra verrà riproposta il 7 maggio 2011 a Sabbioneta, con allestimento nella Galleria di Palazzo Giardino.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Cera Memoria

Il Museo delle Cere una volta era a Milano, allestito nel complesso della Stazione Centrale, intrattenimento per i passeggeri in transito ma soprattutto meta di scolaresche guidate.
Divertimento e didattica, curiosità e apprendimento. L’immagine si imprimeva nella mente e facilitava la comprensione delle pagine del tempo.
Iniziata la ristrutturazione della Stazione Centrale, il Museo dovette trovare altra collocazione e cambiò anche proprietà. Lo acquisì l’Associazione Postumia di Gazoldo degli Ippoliti, terra mantovana che si trova proprio sull’omonima antica strada romana che collega Genova ad Aquileia.
A Gazoldo, nella calma della provincia, il Museo si ambientò serenamente, grazie anche a sapienti restauri, all’incremento di nuove figure e al nuovo allestimento di più ampio respiro.
Se le Cere avessero un’anima, avrebbero percepito, oltre alla cordialità mantovana, il mutamento dei tempi. Con il tripudio della e-mail e il tramonto della parola, con l’avvento del reality e la noncuranza della realtà, il senso delle Cere appartiene probabilmente al sentimento del paese più che alla presunzione della città.
Il ricordo, la testimonianza del “come eravamo”, la radice della verità, appaiono elementi desueti e passatisti, non rientrano negli strumenti della quotidianità.
La disponibilità di dati, informazioni, conoscenza e la capacità di utilizzo di internet generano l’equivoco del sapere. Si presume che ormai non sia importante dotarsi di un patrimonio proprio, di quello che si chiamava “bagaglio culturale” perché è sufficiente, qualora occorra, accedere alla consultazione. Ma la nozione, per quanto posta in sequenza di notizie e riferimenti, non costituisce il sapere, che si conforma invece in articolazione profonda, sedimentata e metabolizzata, frutto di rapporti e collegamenti, di analisi e di critica.
Conoscere significa possedere l’orientamento: attraversamento degli argomenti senza perdersi nel vuoto e convivenza sociale nella consapevolezza di responsabilità.
Alcuni gesti o atteggiamenti vengono ripetuti anche inconsapevolmente in base alla memoria familiare che si traduce in cromosoma o fotografia indelebile e i primi erudimenti si fondano sull’apprendimento, sull’esperienza dell’osservazione, ovvero sul beneficio della dimostrazione. La collettività basa la propria dialettica nel processo di evoluzione che collega passato, presente, futuro e il patrimonio storico determina l’identità dell’individuo, della comunità, della Nazione. Diviene coscienza e temperamento.
La memoria storica, spesso snobbata come inutile addobbo, è il filo logico necessario alla lettura del proprio tempo e alla tessitura di un avvenire che dovrebbe chiamare tutti al senso di coesione civile.
Sapere da dove veniamo aiuta a comprendere chi siamo e a capire come potremmo essere.
Soprattutto la memoria storica insegna che, se è difficile per il singolo individuo o per la famiglia ottenere traguardi, non dovrebbe risultare altrettanto per la comunità sociale, per la dignità collettiva, per il diritto delle genti.
Mentre dilaga il qualunquismo, anche comprensibilmente determinato dalla saturazione dell’attesa, dal colmo della pazienza e dall’inerzia propositiva, non sarebbe male ricordare che proprio il qualunquismo generò in passato danni gravissimi.
In parallelo, l’epoca della comunicazione ci ubriaca di propaganda e nella sbornia collettiva induce a dimenticare che i massimi artefici della propaganda, abili comunicatori e inventori di specifici sistemi, furono proprio gli autori dei regimi più cruenti del XX secolo.
Viva la memoria.
Per tornare a ragionare, per riprendere la strada del pensiero, per rinnovare la dignità dell’intelligenza e l’essenza dei valori sociali. Per ricondurre la politica al concetto, etimologico e concreto, di tecnica dell’amministrazione della Cosa Pubblica, riportando il dibattito ai fondamenti intellettuali e liberandolo dal sapore di diatriba e cicaleccio delle comari di cortile.
Per pensare in prospettiva e lungimiranza ai nostri figli, al Paese, all’Europa, all’idea di mondo. E se qualcuno, emulando un esempio famoso anche nel destino, dicesse me ne frego degli altri perché voglio pensare solo ai miei figli, bene ricordi che un medico, anche se dotato di mascherina, non è mai al sicuro in una corsia di infetti. E che i figli fortunati, baciati dalla sorte e dal patrimonio, quando si troveranno a vivere in un contesto di sfortunati, non saranno indenni dal contagio.
Quando altre culture avranno popolato l’Europa, e non occorrono secoli ma basteranno i lustri, risulteranno importanti l’identità della Nazione e la funzionalità dello Stato perché di fronte alla saldezza dei perni sarà più difficile scardinare il sistema.
Gli italiani non emergono nel sentimento nazionale. Uno degli sport preferiti consiste nella denigrazione del tutto e di tutti. L’attenuante c’è e si riscontra nella giovane età. Si è generato un altro equivoco: tra gli antichi Romani e i Grandi del Risorgimento, si crede che l’Unità d’Italia esista da sempre. Invece ha centocinquanta anni e sono pochi, perché la storia dell’umanità è immensa e quelle di Spagna, Francia, Inghilterra, ben più intense della nostra. Non solo, mancando la memoria si dimentica che la nostra Repubblica ha sessantacinque anni, ovvero pochissimi.
Il senso della Storia, delle radici e del tempo, è raro ma comporta ricchezza e valori concreti.
Allora le cere, con il loro aspetto un poco ludico e un po’ profano, prive d’enfasi retorica, senza l’abito della predica, possono essere invito cordiale a rileggere pagine di casa nostra.
Senza eccedere, e limitandoci, seppure con approssimazione, a iniziare dalla nascita dell’Ottocento e dal nostro Risorgimento, quando alcuni predicavano la Repubblica che arrivò cent’anni dopo e insieme a conservatori, liberali e progressisti discutevano e si accapigliavano sull’architettura politica del futuro.
Intanto, prima, durante e dopo, guerre e poi altre guerre, interne, esterne, e persino coloniali. Poi la Grande Guerra, un’ecatombe; e dopo, la Seconda Guerra Mondiale, lacerazione e disfatta ma, toccato il fondo, la rinascita di orgoglio, la Repubblica, la Costituente, la ripresa economica.
Queste Cere inoffensive, neutrali, senza faziosità, senza polemica, una volta tanto, forse l’unica volta, testimoniano il nostro cammino anche dal 1948 ad oggi.
Collaterali alcuni momenti del panorama internazionale e mondiale. Dalla conferenza di Yalta, Churchill, Roosevelt, Stalin, per la geografia politica del dopoguerra e la divisione tra Est e Ovest del Continente europeo, a De Gaulle e Adenauer, fondamenta dell’Europa a futuro, simboli della ricostruzione.
Kennedy e Krusciov nelle tensioni della Guerra Fredda, la crisi di Cuba, il grande incubo di un terzo conflitto.
I vessilli del Marxismo nelle diverse declinazioni, teorie e regimi che hanno segnato il XX Secolo, Lenin, Mao, Castro.
Il tramonto di un tempo e l’apertura ad un’epoca nuova nell’immagine di Michail Gorbaciov.
Presenze costanti, non avulse anzi partecipi, i Pontefici dal dopoguerra, Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo, Giovanni Paolo II, Benedetto XVI.
Certamente il compendio di centocinquanta anni di Storia italiana nel contesto di citazioni internazionali sarebbe impresa impossibile nel breve volgere di un’esposizione ma non è questo il senso della mostra che invece si propone di accendere un invito alla memoria.
E per accentuare i sentimenti di partecipazione chiede un apporto agli artisti contemporanei e si affida a immagini, forti ma silenti nella presenza, per favorire la suggestione del ricordo.
Senza racconto, senza funzione didascalica ma come colonna sonora, come pietre miliari a scansione di percorso, le opere d’arte suscitano l’evocazione.
Come inno di tromba, come danza elegante o folata di vento, di storia, il quadro di Giovanna Fra suggella passioni, ascesa e caduta di Napoleone Bonaparte.
Il “Colore crudo” di Giorgio Vicentini, vibrazioni di forza e di luce, come l’ideale e l’ardire, svetta tra gli artefici del Risorgimento.
Le penombre di Antonio Marchetti Lamera, quasi immagine in divenire, percezione vaga che si traduce nel nitore della visione, accompagnano il cammino di Vittorio Emanuele II.
Il segno scrittura di Grazia Ribaudo, contemporaneità della Rete e comunicazione sincopata, interpretano il patrimonio letterario e musicale del nostro Ottocento.
La scansione del tempo e della traccia indelebile, l’alternanza della vicenda e la meridiana del destino appaiono dalle tele di Mario De Leo per Vittorio Emanuele III e Ivanoe Bonomi.
Orizzonti lontani, bagliori di luce e accensioni improvvise nel quadro di Enzo Maio proiettano metafore di vita al cospetto dei Presidenti della Repubblica, riuniti nel dialogo di continuità e accolti dalla vegetazione irta e forte di Antonio Pedretti, trame d’alberi e brani di cielo nel fluire rapido dei giorni.
La visione di sogno o improvvisa apparizione, sacralità spontanea nella pittura di Pierantonio Verga rapporta il sublime ai Pontefici.
Poi, nelle pagine che investono il contesto internazionale dalla Seconda Guerra mondiale al passaggio di secolo, i toni divengono roboanti e di più recente memoria. Raffaele Penna traccia l’esodo di rondini in un cielo freddo di vuoto, segni oscuri incisi sulla strada dell’umanità, scenario per Mussolini e Hitler.
Il paesaggio di Alessandro Savelli, prospettive dinamiche di materia e luce, vibrazioni mutevoli di un’essenza in movimento, sintetizza l’incontro di Yalta, mentre la tensione pittorica e materica dell’opera di Max Marra, contrapposizione di volumi e fuochi di luce, identifica la Guerra Fredda.
Le fondamenta della costruzione europea, riassunta da Adenauer e De Gaulle, sono dipinte da Paolo Schiavocampo nella tensione incalzante di forma e colore e la solidità levitante della tessitura di Grazia Gabbini, vessillo di luce, di peso e dissoluzione, accompagna gli alfieri del Marxismo nel XX Secolo, epoca segnata dalla velocità, dalla rapidità nel mutamento dei profili, nella scienza, nel sociale, nella geografia politica, sino all’ultima transizione, operata da Gorbaciov, che si illumina nello spazio cosmico di Franco Marrocco, tramutazione di materie in coralità musicale.
Arte e Storia, connubio da sempre. L’una a celebrare l’altra e viceversa. E non esiste l’una senza l’altra. Nell’intreccio dei rimandi il dialogo è ininterrotto e la reciprocità della suggestione è formidabile.
Cera Memoria, palcoscenico di provincia, chiama a colloquio e offre recite a soggetto: la rappresentazione del reale e la libertà dell’emozione, il ricordo e l’immaginazione.
E i quadri suggeriscono le statue e le statue illustrano i quadri, senza nemmeno chiedersi chi sia primo attore e chi “spalla”. Forse, inconsciamente, per dire che lo Stato siamo noi, che i protagonisti non sono solo le icone di copertina ma tutti noi, ognuno nella propria misura ma tutti insieme, ricordando che anche Napoleone non sarebbe esistito senza le migliaia di uomini grigi, anonimi, che diedero la vita per la Storia e rammentando che la Società si fonda sulle donne e sugli uomini di tutte le età che ogni giorno escono di casa e spingono il mondo.

Claudio Rizzi





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