curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




PROGETTI CONDIVISI 2008

[2008] [2006]



INCONTRO CON L'ARTISTA ENZO MAIO

Data: 26 novembre 2008
Sede: Seregno (MI), Impronte del Tempo - Galleria Mazzini 6
Collaborazione: Impronte del Tempo


Incontro con l'artista ENZO MAIO
Testimonianze di Stefano Crespi e Claudio Rizzi

Serata conferenza nella sala espositiva di Impronte del Tempo, alle pareti alcune opere di Enzo Maio che verranno esposte a gennaio 2009 al Teatro Dal Verme di Milano.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Sinfonia della Forma

Il profilo d’artista esige alcuni requisiti salienti: appartenenza al proprio tempo, identità radicata, proprietà espressiva e patrimonio poetico.
All’apparenza, questi connotati potrebbero risultare di facile possesso ma si dimostrano rara proprietà.
Anzi diventano argine insuperabile per quanti credono l’autodichiarazione oppure il millantato credito sufficienti per ottenere il visto alla frontiera.
Una dogana, o meglio uno spartiacque, che non esiste nel diritto e neppure nelle convenzioni internazionali ma vive con austerità nell’etica del tempo, della storia e della concretezza dei valori.
Nella pluralità delle proposte autocertificate, nell’anarchia del liberismo come nella sfrontatezza della presunzione, tutto o quasi appare credibile ma il surrogato è solo un succedaneo e dopo breve luccichio si dimostra nella reale inconsistenza.
La temperatura d’artista si misura col termometro della sensibilità, auscultando i battiti veri di un percorso di continuità intensa e coerente.
Appartenere al proprio tempo non significa condividere un atteggiamento oppure omologarsi nella moltitudine dell’anticonformismo che alla fine trasforma l’equivoco libertà in sudditanza generica. Significa invece cogliere in profondità motivi e pensiero, radici e ragioni dell’epoca, leggerne provenienze, attinenze e proiezione,
comprenderne i perché disegnandone il futuro.
Conoscere le venature del tessuto di appartenenza, ovvero la trama, il senso, l’essenza dell’arte.
Relegata a disciplina cadetta, solo e talvolta impropriamente rianimata nel ruolo estraneo di investimento, l’arte non ha beneficiato di traduzione analoga a quanto avvenuto in altri comparti dell’espressione intellettuale.
Sono evidenti i passi della scienza, risultano chiare le conquiste della tecnologia, appaiono necessari i motivi della comunicazione e sembra persino normale un terribile artefatto come la pubblicità: ma dell’arte, della sua evoluzione, del grande rinnovamento e delle sue prospettive, si è spiegato poco o nulla.
Si è detto tanto ed anche troppo dei singoli ma si è eluso sui motivi fondanti. Come dire che il clima è cambiato ma senza spiegarne i perché.
È chiaro il cammino dalla preistoria all’Ottocento: duemila anni in luce. Ma duecento anni, i più vicini, cromosomi della nostra attualità, rimangono nella nebbia, orfani di una traduzione esauriente.
Orfani sono i lettori, lo è il pubblico, ma lo sono anche, in buona parte, gli autori.
Sino alla metà del Novecento la critica d’arte ha fornito grande supporto ma via via si è andato estinguendo il suo ruolo e soprattutto si è depauperata la spinta ideologica, non solo per convenienza e connessioni di mercato ma per estinzione delle ragioni etiche e culturali che ne motivavano l’essenza.
La grande stagione appartiene alla transizione Sette-Ottocento e al fulgore del Romanticismo.
Il dibattito costruttivo si proietta alla mutazione epocale del primo Novecento e ancora si ravviva sino alla metà del secolo, nella contrapposizione ideologica e nella militanza di appartenenza. Poi, con l’evolvere dei tempi, scemano i presupposti.
Oggi tesi e antitesi, una volta armate dalla critica, sembrano accomodarsi in uno scenario di condiscendenza alle
istanze del mercato, che pretenziosamente intende determinare, oltre le regole economiche, i valori di storia e di estetica.
In questo contesto l’artista si ritrova solitario a tracciare i canoni del proprio agire e a vivere il proprio ruolo.
Enzo Maio vive questa condizione. Ma senza particolare sofferenza. La solitudine tempra il carattere e rafforza l’identità. Che si trascrive e si rinnova attraverso la visione delle cose e la maturazione del linguaggio.
Nella radura di piani che si inoltrano alle nebbie annunciando i declivii delle colline, nella vegetazione che filtra gli spazi promettendo un orizzonte, pulsa un mondo di acque, di terre, di radici di storia.
Diafane presenze che sembrano rincorrersi all’infinito, sino al fuoco del tramonto oppure al sipario del tempo.
È il territorio di casa, dei primi passi, della dimestichezza che diviene memoria. Maio osserva le brume e le distese, le vibrazioni della natura e la scansione dei giorni. Il mondo prende forma ed è la prima forma, emotiva ma narrativa, testimoniale quasi a dichiarare partecipazione, di possesso o di immedesimazione.
Il processo intimo di adesione all’incanto del mondo, alla vitalità della luce, è tale da condurre la suggestione a immediatezza di stupore, a crasi di sentimento e la sintesi diviene sintassi espressiva.
La natura non appare narrata ma evocata nel bagliore di modulazioni che dall’animo tornano alla realtà e rendono, oppure conquistano, una dimensione universale.
Il paesaggio assume verità eppure si palesa come brano intimamente poetico e la pittura diviene forma della percezione.
Protagonisti della scena sono gli alberi. Si ergono custodi e testimoni, impavidi nel tempo, nell’ombra, nelle foschie. Come divinità, come steli, come pietre miliari della storia e della gente. Sono tutori e personaggi. Maio ne conosce i silenzi e li interpreta.
Possenti e labili, quasi anime metafisiche immerse nello spazio a raccontare i giorni.
Alberi personificati, ognuno forte della propria vicenda, voci isolate e unite a custodire la traccia dell’uomo.
Antropomorfi a simbolo del significato metaforico, quasi dinamici in un movimento che appartiene al tempo e non alla condizione.
La forma eccede evidentemente la realtà ma sublima l’oggetto e anima la pittura.
Che rimane sempre punto di partenza e traguardo di Enzo Maio. Pittura sentita in osmosi, dipinta con l’animo e con le mani ma ragionata anche, soppesata in quell’equazione difficile e fragile tra emotività ed autocritica. Tra razionale e spontaneità.
La forma assume ruolo di approdo, bacino di confluenza tra immediatezza e logica. Non si limita all’aspetto esteriore e alla soluzione dell’immagine ma è fine portante della totalità d’impegno.
Purezza della forma significa padronanza dello strumento pittura per conseguire l’ideale dell’estetica.
Enzo Maio elaborava il concetto sin da ragazzo ma per
lunghi anni ha voluto lavorare al buio, senza darne comunicazione all’esterno, quasi intimità monastica nell’approfondimento di tecniche e di linguaggio.
Un lungo tratto della vita dedicato alla confidenza e alla dialettica dell’arte, una scuola di rigore e sobrietà, intessuta nel monologo dell’autocritica e nei suggerimenti espressi dal suo maestro, Giuseppe Ajmone, raffinato esteta e autore di rari equilibri.
I principi fondamentali non si sono offuscati più e Maio procede ancora, come negli anni giovani, mirando all’orizzonte della forma pura.
Gli alberi si sono umanizzati, non tanto nella somiglianza d’aspetto quanto nel sentimento di umanità che trapela come essenza di immediata percezione.
Sono divenuti forme di vita in embrione e poi personalità autonome, capaci di occupare la scena con totale padronanza.
Tecnicamente, si sono confermati i mezzi espressivi tipici di Maio: gesso, matita, segno, colore e quella manualità che invade la tela, che la percorre e la segna, la ravviva di presenze, bagliori e pigmenti come se il dipinto fosse microcosmo.
Quasi un rapporto fisico di compartecipazione tra tela e pittore, che si fabbrica i colori dalle terre, che abbevera i gessi nelle essenze e ricorre all’imprevisto per ottenere istintiva una profondità, una luce, una nota di forza.
Anche questo è un punto di fede in Maio: alla purezza della forma occorre la dedizione totale di mezzi, strumenti e linguaggi.
La libertà espressiva osserva tuttavia un rigore costante e non valica mai il confine dell’eccesso, attenendosi semmai all’esuberanza che felicemente concorda con il concetto di vita.
La figura dipinta, personaggio, embrione, oppure semplice immagine, beneficia delle trasparenze e delle profondità incise nella pittura e acquista volume e movimento che sottintendono un valore scultoreo. La forma ha assunto corpo, ruota nello spazio e si proietta all’esterno.
L’iperbole suggerirebbe una favola e vedrebbe la forma figura uscire dalla tela e inoltrarsi alla ricerca dell’albero e, atteso l’imbrunire di nebbie, dissimularsi nel paesaggio di ombre, nella musica della natura, nella quiete di terre e di acque, nel grembo della storia.
Anche la pittura è una storia infinita.

Claudio Rizzi





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