curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2010

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APPRODI

Data: 5 dicembre 2010 - 6 febbraio 2011
Sede: Maccagno, Civico Museo Parisi-Valle, via Leopoldo Giampaolo 1
Patrocinio: Regione Lombardia e Provincia di Varese
Collaborazione: Ad Acta, Comune di Maccagno e Civico Museo Parisi-Valle


Un tempo il concetto e il termine “figurazione” indicavano un mondo pittorico che rifletteva l’artista. Oggi lo stesso termine comporta anche un altro significato: la funzione strumentale, l’utilizzo di un linguaggio figurativo in prospettiva diversa, non finalizzato alla descrizione o al racconto ma alla manifestazione di interiorità.
L’immagine raffigurata non è più fine a se stessa ma diviene un mezzo per esprimere l’emotività superando il contenuto della cosa ritratta.
L’epoca moderna e ancor più la contemporaneità si fondano sull’espressione soggettiva, emozionale o intellettuale, traducendo nell’opera quanto sedimentato nell’animo e nella mente.
È lecito perseverare oggi nell’uso dei termini “figurazione” e “figurativo“ ma è opportuno offrire indicazioni di lettura per distinguere là dove la figura sia reale tema-oggetto dell’opera per precisa determinazione dell’autore o, al contrario, risulti puramente funzionale alla libertà di evocazione e suggestione.
La mostra focalizza questo argomento propo-nendo l’attimo in cui appare l’immagine, affiorando e rivelandosi alla visibilità, divenendo entità grazie alla percezione dell’osservatore. È il momento dell’approdo. In quell’istante, come all’apertura di sipario, gli spettatori avvertono sensazioni, danno un senso alla figura in palcoscenico e scrivono una propria sceneggiatura.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

La letteratura che accompagna l’arte nel Novecento, nella finalità di approfondi-mento, sollecitazione critica e apertura di migliore comprensione al pubblico, ha generato molti benefici e alcuni equivoci, zone d’ombra derivanti anche dalla perseveranza di concetti e tradizioni provenienti dal passato.
Una questione rilevante oggi per l’approccio alla contemporaneità, consiste nei termini “figurazione” e “figurativo”, parole che letteralmente significano raffigurazione, rappresentazione, definizione e che in tale perimetro delimitano l’ambito operativo dell’artista.
Questa accezione risulta adeguata sino all’Ottocento (e nemmeno sempre) ma necessita di attenta ponderazione per la lettura del Novecento e del nostro tempo.
Per citare un esempio appartenente al patrimonio collettivo di immagini e conoscenza, il quadro “Impressioni al levar del sole”, opera cardine nell’evoluzione dell’arte e padre dell’Impressionismo, nasce non per raffigurare ma per suggerire e dichiarare l’emozione, l’impressione, ovvero lo stato d’animo determinato in quel momento in quella condizione.
È evidente dunque la centralità della suggestione, del valore emotivo e interiore rispetto alla rappresentazione realistica di un luogo e dei suoi attori.
Già in questo caso l’attributo “ figurativo” risulta equivoco e deviante.
Altrettanto avviene in ulteriori capitoli dell’arte moderna, come nel Divisionismo, ove l’intensità lirica del sentimento domina sull’immagine ritratta, o nel Futurismo, ove la suggestione dipinge la realtà.
L’arte nel Novecento interiorizza sempre più, utilizzando l’immagine come strumento per esprimere l’emotività e superando il puro contenuto della cosa dipinta.
L’artista, dalla metà dell’Ottocento, si è liberato dal canone della raffigurazione sino allora intesa nella modulazione sacra, agiografica o apologetica. La rappresentazione del divino, della santità e del potere ha contraddistinto i secoli ma ha esaurito la propria univocità nel corso dell’Ottocento, in un rinnovamento culturale e sociale traumatico e ancora non del tutto approfondito.
Le eccezioni emerse nel corso del tempo confermano la linearità della regola e dimostrano come rare personalità autonome rimanessero isolate dal coro allineato al dogma.
L’epoca moderna e più ancora la contemporaneità si fondano sull’espressione soggettiva, emozionale o intellettuale, traducendo nell’opera quanto sedimentato nell’animo e nella mente.
Perseverare oggi nell’uso dei termini “figurazione” e “figurativo” è lecito e possibile ma è altrettanto opportuno offrire indicazioni o strumenti di lettura per distinguere là dove la figura è reale soggetto-oggetto dell’opera per precisa determinazione dell’autore o, al contrario, dove sia motivo funzionale alla pura manifestazione di interiorità.
In questo ambito occorrerà poi tracciare un discrimine tra simbolo e suggestione, intendendo da un lato l’arte che mediante metafore e allusioni mira a significati ulteriori e diversi da quanto rappresentato e, d’altro canto, il linguaggio che sollecitando l’evocazione conduce il lettore al territorio poetico della libera interpretazione.
Qui si estende la natura dell’arte contemporanea, non più vincolata dal perimetro della rappresentazione, dal tono didascalico, dall’intento didattico e dalla comunicazione imperativa. La soggettività di lettura conduce alla libertà di immaginazione, all’autonomia di sentimento e alla discrezionalità di partecipazione. Certamente necessita, ma in questo modo si rafforza, il connubio
autore-spettatore per intessere il dialogo che, attraverso la comprensione,
rende l’opera viva e dinamica.
L’approdo della figura coniuga fortemente il sentimento dell’artista alla percezione dell’osservatore.
È il momento in cui la figura compare, quasi rivelandosi alla visibilità, affiorando come apparizione e divenendo entità in base all’avvistamento, ovvero grazie alla sensibilità di chi osserva.
In quell’istante, come all’apertura del sipario, gli spettatori provano sensazioni, danno un senso alla figura in palcoscenico e scrivono una propria sceneggiatura.
L’impressione scaturisce dalla improvvisa inquadratura ravvicinata di Maurizio Galimberti, lo sguardo appuntato su un volto espressivo e chiuso nel silenzio di attesa. Domande sospese e risposte velate nel desiderio di un dialogo.
In altro versante, in un giardino ideale, memoria di un sogno illuso, Michele Delisi anima testimoni di fiaba evasi dal reale, malinconicamente reclusi nel ricordo della speranza, solitari cantori di note desuete. Da lontano sopraggiungono, come pagine epiche o icone di leggenda, le immagini di Giuliano Grittini, passato presente, mitologia della contemporaneità, simbolo diffuso di intensa esistenza.Allora Giovanni Blandino risponde con la forza sobria di una poesia antica, ove senso plastico e intonazione lirica ancora mostrano le immense stanze della bellezza. Ne vanno in cerca, forse ansiose, forse stanche, le anime di Franco Chiarani, provengono da un cammino di fatica e di nebbie ma nutrono fede di riscatto e mostrano la dignità della salvezza.
La contrapposizione dialettica e il rovello esistenziale, nella penombra dell’intimità, ancora assalgono gli attori di Vanni Saltarelli: voce di vero nel fremito interiore, pervadono anima e corpo. In antitesi balena la saggezza di quiete, antico concetto di atarassia, e pare dominare volti e simulacri di Alessandro Docci ma il dubbio persiste, indotto da reperti e rimandi di accesa memoria a minaccia di assillo. Si riflette una prospettiva del passato nelle apparizioni chiamate in scena da Armando Fettolini, visioni repentine di monito perentorio, affioramenti del tempo e simbolo di universalità, di luogo e di storia. Da queste distese di geografie senza confine risuona un canto, pietoso o profano, nelle icastiche scarnificazioni di Giorgio Sovana, divinità primordiali o ancelle di solitudine, rassicuranti presenze nel gesto di pace.
Di danza e di forza è il dinamismo nei corpi di Alfredo Mazzotta, velati e protesi, vibranti nella tensione dello spazio, nel gesto arduo della vita, nell’incontenibile desiderio del sublime. Ne sono convinte le figure intense di Dolores Previtali, sofferte nell’intimità della consapevolezza e fiere nella dedizione di fede, voci di autentica dignità nell’onere, nella gioia e nel cammino dell’essere umano.
Questa scena è una ipotesi di lettura. Una tra le altre, tra le molte possibili. Sono personaggi in cerca d’autore e la ribalta é una grande piazza di incontro e dibattito ove si possano proporre accezioni diverse e confutare tesi verosimili.
E la parola sia voce autorevole per affermare sempre la libertà di spirito.

Claudio Rizzi





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