curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2008

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METAFORE NELLA FIGURA

Data: 7 dicembre 2008 - 8 febbraio 2009
Sede: Maccagno (VA), Civico Museo Parisi-Valle, via Leopoldo Giampaolo 1
Patrocinio: Provincia di Varese e Provincia di Milano
Collaborazione: Comune di Maccagno, Civico Museo Parisi-Valle, Provincia di Milano, Ad Acta.


“Metafore nella figura” è il terzo capitolo di un programma pluriennale, nato con “Metafore di paesaggio” e ribadito poi in “Metafore della memoria”, teso a evidenziare mutamenti ed evoluzione del linguaggio dell’Arte nella contemporaneità. La mostra propone il divario oggi esistente tra il canone evidenziato dalla tradizione e l’espressività, evocativa, suggestiva e lirica, maturata nell’attualità. Un tempo, il termine e il concetto di “figura” indicavano, sebbene nelle diverse prospettive di simbolo e realtà, la raffigurazione veridica o verosimile, tangibile comunque. Invece il valore odierno consolidato nell’interiorità, nell’autonomia poetica e lessicale, induce alla soggettività dell’interpretazione e trascorre dal reale al sogno, all’affioramento del ricordo, sino alla percezione di presenza attraverso l’assenza.

Quindici artisti testimoniano il tema animando un palcoscenico dialettico nel confronto e nella contrapposizione, delineando ambiti e mondi differenti, affermando caratteri espressivi diversi e personali. Sino a tradurre la figura, classicamente intesa, in evanescenza incombente, in sedimentazione della storia, in astrazione dall’immagine ma nella persistenza del sentimento.

La mostra accoglie opere di:
Angelo Bertoglio, Giuseppe Bombaci, Angelo Bordiga, Walter Capelli, Elisabetta Casella, Emanuele Gregolin, Maria Jannelli, Fazio Lauria, Enzo Maio, Antonio Miano, Mattia Montemezzani, Gaetano Orazio, Nada Pivetta, Stella Ranza, Nicola Villa.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Il termine e il concetto di “figura” indicavano un tempo una rappresentazione nitida, simbolica oppure verista, di lettura immediata e riconoscibile nei contenuti.
L’evoluzione dell’Arte nell’Ottocento ha maturato l’affermazione sempre più incisiva di soggettività e interiorità, determinando nel Novecento la piena autonomia dell’autore, affrancandolo dall’obbligo di canoni predeterminati e consentendo totale libertà espressiva.
Al significato di raffigurazione si sono uniti in accezione parallela i valori di evocazione e suggestione ma anche i processi di indagine introspettiva e traduzione dell’animo.
Esempio palese risulta il ritratto, che dal carattere celebrativo dettato da tradizione secolare, transita a interpretazione psicologica, focalizzando la personalità più che il ruolo di immagine.
La figura di genere, peraltro, si distacca dagli intenti della grande lezione romantica e assume una connotazione analitica o sociale di spiccata universalità. Valgono in questo senso i lavoratori di Renato Guttuso, le donne del Sud di Domenico Cantatore, i pescatori di Giuseppe Migneco.
L’astrazione della figura, quella non corrispondenza al reale e alla verosimiglianza, quella sintesi somatica di immediato suggerimento che si suggella in Mario Tozzi o Massimo Campigli, risulta induzione suggestiva a determinazione di un mondo come di un’anima.
L’aspetto sociale e la netta percezione del contesto storico generano l’espressione ironica e critica che da Grosz e Dix discende a Mino Maccari e a più giovani generazioni.
Deformate le fattezze in Sutherland e Bacon, l’introspezione psicologica si rivela fondante anche in Renzo Vespignani e Alberto Sughi, assumendo forte impronta nella scultura di Giuliano Vangi e Floriano Bodini.
E se il nitore di forma di Francesco Messina rivive la classicità, Giovanni Paganin affida al volume e alla materia la passione, la sofferenza esistenziale, il peso della vita.
Nella pittura di Remo Brindisi il senso lirico anima madri e pastori quasi contemplazione della purezza ma in parallelo la coscienza civile innesca la testimonianza sociale.
Una fase storica, dettata da contingenze politiche di regime, ha chiamato l’arte all’enfasi di una figurazione apologetica con chiaro fine didattico e populista ma il tutto rientra tra le parentesi di un tempo determinato e di una ideologia, come avvenuto, in parallelo e su premesse contrarie, in altro luogo e in altra cultura.
Intorno alla metà del Novecento, la figura è memore ma non succube della classicità.
Ha già conosciuto l’abito della metafisica, divenendo manichino eppure personaggio, ha vissuto la poetica del surrealismo, metafora di sogno e di simbolo, ha interpretato il non senso e il controsenso, è divenuta bandiera di progresso e alfiere di lotta di classe.
La funzione celebrativa del divino oppure del potere ha facoltà di persistenza ma non è più regola comune né obbligatoria.
Nel Realismo esistenziale si attesta a ruolo esteriore ma in realtà è contenitore di un’anima, ferita, sofferente, vacillante. Ne è testimone l’uomo di Tino Vaglieri, in uscita, in fuga dalla città, alla ricerca della dimensione e del luogo interiore.
Gli anni dell’informale conducono all’affioramento dell’immagine, l’emotività accende il ricordo, si palesano presenza e parvenza, evanescenti urgenze. Franco Francese, Edoardo Fraquelli, Mario Bionda.
Nella sinfonia dei toni e dei tratti si delinea timida ma perentoria, defilata eppure protagonista, la figura che proviene dalla memoria e dal sentimento: il ritorno, l’al di là, il richiamo.
Ne sono interpreti Luiso Sturla e Luigi Stradella, poetiche in analogia di trepidazione del segno e del colore, intimità profonda che attende la visione.
Sino ad evocare la presenza, la figura, nella totalità dell’assenza, nella suggestione di imminenza.
Giancarlo Ossola, nei suoi interni d’abbandono e desolazione, sottintende o suggerisce la presenza anche là dove trionfa il vuoto, come Giancarlo Cazzaniga, nell’interpretare il jazz, chiama in scena i musicisti anche quando risuonano sulla ribalta solo bocche di sax e piatti d’ottone.
Citazioni, alcune tra le molte possibili, esempi a evidenziare la pluralità linguistica nell’apparente comune denominatore.
Il concetto di figura, prosciolto oggi da ogni debito realistico, si dilata a strumento espressivo in libertà prospettica e accoglie differenti poetiche, tensioni interiori e territori razionali, che strutturano come sintassi l’ambito intellettuale dell’artista.
Testimoni di evidenza sono gli attori chiamati qui in palcoscenico.
Coniuga la sontuosità di tradizione con un archetipo di sintesi Angelo Bordiga, immediatezza di segno come istantaneità percettiva, toni e rapporti a ritratto dell’animo.
Dalla lezione dell’Ottocento, intima intensità romantica nella figura, attraverso la scomposizione dei tratti nella natura psicologica, Emanuele Gregolin ferma il tempo e celebra il personaggio nei dati salienti come alto ideale.
Focalizzati in primo piano, i volti di Antonio Miano inquadrano come chiave di volta un particolare, emblema della personalità, per cogliere nell’indagine interiore i motivi dell’anima.
Sono ritratti dedicati, o meglio intima dedizione, i dipinti di Maria Jannelli, frequente l’oltremisura in ampie tele, affermazione della grandiosità del mito, dei valori nel tempo, nella lettura profonda.
Giuseppe Bombaci esprime una forza antica, autentica e generosa, personaggi che fendono la storia e si rinnovano, senza epoca, calati nelle rughe dell’umanità e nei segni della vita.
La poetica di Nicola Villa attinge forse inconsapevole da una tradizione di intimismo, riportando la figura alla fragilità del mondo, in diafana alternanza di luci e ombre, quasi bianco e nero della memoria.
Dopo la stagione delle Barbie, feticci universali, stereotipo inflazionato ma condiviso, Walter Capelli procede e recupera antiche statue-icone della femminilità da parchi e ville patrizie, riportandole all’attualità e alla moda.
“Essere o apparire” è un titolo ma è anche tema costante in Fazio Lauria, la maschera come simbolo esteriore di dualità e la bellezza, naturale o artificiosa, come approccio dissimulando l’inganno.
La scultura di intonazione antropomorfa di Stella Ranza dichiara radici di classicità e genetica mediterranea, focalizza la figura umana nell’accenno, nel suggerimento a epicentro del mondo.
Trae inizio dalla sfera domestica la ricognizione nell’umanità attuata da Mattia Montemezzani, quasi stupore improvviso dinnanzi a vigore e personalità incontrati nel luogo immediato del quotidiano.
Elisabetta Casella delinea e non racconta, come avventura di conoscenza sospesa alla sensazione, come intensità emotiva di un attimo in attesa del momento imminente.
Enzo Maio scolpisce in pittura una forma vitale, embrione ancestrale e verosimile sino alla personificazione, emblema di esistenza primordiale e assoluta oltre ogni convenzione di appartenenza.
Nada Pivetta adotta la suggestione per erigere a grande dignità, quasi eroi imperituri proclamati da un tempo lontano, corpi e reperti che erano forse guerrieri, vestali, profeti, rovine nella storia di buio.
Vive in prima persona, Angelo Bertoglio, la presenza come velata e voluta assenza, nell’osservazione del fiume che scorre ogni giorno e ogni giorno ritorna, nella tutela intima della pittura e nella custodia del silenzio.
Intuizione e percezione, per Gaetano Orazio, sono folgorazioni parallele, fremito intimo prima d’essere avvistamento e la rapidità della suggestione si traduce nel gesto di immediatezza e nella coralità di sintesi.
Attinenze, affinità, luoghi di avvicinamento, eppure risalta la singolarità di ogni artista, la specifica formulazione del territorio e del linguaggio, l’intimità della propria storia.
La contrapposizione tra “ figurativo” e non era priva di senso un tempo, tanto più oggi. Né si può considerare o definire figurativo un autore in base alla funzione strumentale e linguistica dell’immagine presente nel suo lavoro.
Libero dai canoni, l’artista lo sia anche da dogmi e preconcetti: almeno in teoria, perché nel reale anche la libertà è una metafora.

Claudio Rizzi





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