curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2008

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COME ERAVAMO. ANNI '70.
LINGUAGGI E PROTAGONISTI DELL'ARTE IN LOMBARDIA

Data: 2 novembre - 30 novembre 2008
Sede: Gazoldo degli Ippoliti (MN), Museo d'Arte Moderna e Contemporanea - via Marconi 126
Patrocinio: Regione Lombardia, Provincia di Varese e Provincia di Mantova
Collaborazione: Comune di Maccagno, Comune di Lecco e Città di Gazoldo degli Ippoliti


Gli anni ‘70 segnano una forte transizione epocale, conclusione del grande rinnovamento del ‘900 e scatto propulsivo a generare il nuovo.
Ripercorrere quel periodo significa collegare pagine di storia e voci odierne, individuando tracciati di percorso e linee di evoluzione.
Maestri storici, personalità di alto profilo, da un lato ultimi cultori di consolidata tradizione e d’altro canto innovatori nella ricerca e nell’espressione linguistica, conducono alla comprensione dello sviluppo e della consequenzialità dei linguaggi dell’arte in Lombardia.
Si propone una riflessione, a distanza di trenta anni, per la rilettura del tessuto artistico del nostro territorio, ritrovando radici di continuità e valorizzando contenuti e protagonisti di grande rilievo, ora in parte eclissati dalle mode e dalle tendenze di mercato. Si delineano gli esiti delle questioni culturali formulate nel secolo, affiorano affinità e antitesi, emergono tendenze e singole personalità, si intrecciano e si contrappongono tensioni di dibattito acuto tra conservazione dei valori, rinnovamento e linguaggi di rottura.
Memoria storica e responsabilità critica affrontano il passato per avvicinare il panorama dell’attualità e interpretarne i motivi di sviluppo.

A cura di Claudio Rizzi con testo introduttivo di Stefano Crespi, la mostra accoglie opere significative di cinquanta artisti:

Valerio Adami, Enrico Baj, Giacomo Benevelli, Floriano Bodini, Agostino Bonalumi, Pompeo Borra, Remo Brindisi, Domenico Cantatore, Carmelo Cappello, Bruno Cassinari, Enrico Castellani, Giancarlo Cazzaniga, Alfredo Chighine, Cristoforo De Amicis, Raffaele De Grada, Filippo De Pisis, Francesco De Rocchi, Angelo Del Bon, Gianni Dova, Gianfranco Ferroni, Salvatore Fiume, Lucio Fontana, Franco Francese, Edoardo Fraquelli, Giovanfrancesco Gonzaga, Renato Guttuso, Umberto Lilloni, Trento Longaretti, Giacomo Manzù, Marino Marini, Piero Marussig, Giuseppe Migneco, Luciano Minguzzi, Ennio Morlotti, Giancarlo Ossola, Giovanni Paganin, Guido Pajetta, Giò Pomodoro, Mario Radice, Mauro Reggiani, Attilio Rossi, Mimmo Rotella, Giancarlo Sangregorio, Aligi Sassu, Emilio Scanavino, Paolo Schiavocampo, Adriano Spilimbergo, Emilio Tadini, Arturo Tosi, Mario Tozzi.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Come eravamo: gli anni, lo scenario

Dire come eravamo significa restituire dignità a quanto appariva allora normale senza comprenderne a fondo valori e motivi.
Tuttavia, una premessa: niente di nostalgico né di malinconico. E un’annotazione: a distanza di trent’anni, i protagonisti appaiono come lontana memoria di rara citazione.
Considerate le eccezioni, evidenti in alcuni artisti di grande attualità, il quadro di quegli anni, importante nella consequenzialità di sviluppo, risulta annebbiato, negletto nella pluralità dialettica dei valori, semmai e talvolta riammesso alla notizia per pure ragioni mercantili.
L’appunto non riguarda le quotazioni, nella maggioranza dei casi consolidate e talora impennate ma la memoria storica, la lettura del percorso nel tempo e nel territorio.
Il filo logico che si dipana dai secoli, che attraversa il grande rinnovamento di pensiero, sociale e culturale dell’Ottocento, che inebriato da spirito nuovo scolpisce il Novecento, approda agli anni ‘70 come in un bacino di confluenza tra un’epoca navigata e un orizzonte da riscrivere.
Dopo quel decennio risuoneranno differenti i meccanismi del mondo dell’arte, divulgazione, proliferazione, comunicazione, immagine e mercato.
Nella mutazione degli assetti sociali, muta anche il tessuto artistico. Saranno innovazioni radicali, nel metodo, nel merito e spesso nel demerito.
Il consumismo, dopo aver corroborato i muscoli, giocherà a tutto campo e imporrà l’arte come bene salutare a molti effetti ma non sempre rispetterà discrimine e ponderazione dei valori.
Negli anni Settanta si conclude un tempo, negli anni Ottanta ne inizia un altro, non solo in arte e non solo tra noi.
Non si tratta di bene e male, buono e cattivo: le due erbe esistono sempre e ovunque. Si tratta di individuare, leggere o rileggere determinate peculiarità per inanellare passato e presente in proiezione a futuro.
Negli anni ‘70 si raccolgono gli esiti delle questioni culturali intessute nel secolo. Risaltano le scosse determinate dalle avanguardie storiche, si dipanano giudizi e pregiudizi che hanno contrassegnato espressioni vicine oppure opposte al regime fascista, si affermano tesi puramente poetiche esenti da implicazioni di parte, si affievolisce la querelle, ormai annosa e insipida, tra figurazione e informale. Si distinguono i caratteri di lirismo, realismo, nuova figurazione, si accolgono le istanze del rinnovamento nella voce perentoria di alcuni maestri come nella proposta di giovani artisti forti di impegno.
Il solco che dirime professionalità e dilettantismo è netto e visibile: già sono nate gallerie dette“affittacamere” ma risultano riconoscibili e periferiche.
I “gironi” dell’arte appaiono evidenti e chi vuole orientarsi dispone di punti cardinali. La grande confusioneverrà poi, sempre più, mimetizzandosi nei concetti di moda, di innovazione, di globalizzazione. Ma questa è cronaca di tempi recenti.
La critica d’arte èrigorosa e indenne da contaminazioni. Deriva dalla stampa, nutre forte senso del pubblico, si alimenta ancora di etica propria e di senso di militanza, sentimento che collega le scelte estetiche alle posizioni ideologiche. Solo alcune eccezioni, prodromi di quella tendenza concessiva e partecipata che caratterizzerà poi la proliferazione di non poche espressioni autarchiche e periferiche, snob ed esibizioniste anche in assenza di percorso referenziale.
Invece in quegli anni ancora persiste la volontà di lettura storica nella correlazione teorica e nella percezione poetica, nel riconoscimento di personalità e nella ragionata sequenza della logica dell’arte.
Il maestro è un punto di riferimento e la citazione non si nega. La genealogia, morale o materiale, comunque dichiarata, diviene una scala percorribile a ritroso, leggibile nella consequenzialità, traducibile in chiarezza e in onestà intellettuale.
Oggi generalmente l’artista non cita una paternità, si propone senza provenienza, come scendesse in linea diretta dall’albero di Adamo ed Eva ma senza conoscerli. Un vezzo per non versare tributi ma spezza il filo che lega Storia e tempo e forse, più che arricchire, impoverisce.
In quegli anni, tuttavia, inizia anche il grande equivoco. L’affermazione dell’individualità quale valore puro, libero da vincoli di osservanza estetica o ideologica, agevola una visione sempre più anarchica dell’arte, sia nella produzione, sia nella lettura.
Dalla concretezza all’approssimazione il passo è breve se qualcuno non delimita un confine.
Via via, nei decenni successivi, si andrà affermando una sorta di autodeterminazione, concetto a rischio di precarietà perché collegato da un lato alla legittimità dell’indipendenza ma d’altro canto collaterale al millantato credito.
Il fenomeno troverà supporto sodale nell’ipertrofia del mercato, dilatato oltre i criteri della norma e confluito in canali inediti, tesi a presunta innovazione e irriverenti ai canoni.
Si consoliderà così, già dagli anni ‘80 e ancor più nei ‘90, sino ai nostri, una ineffabile commistione di concretezza e insussistenza, di verità e di bugia, di motivazione e di pochezza.
D’altronde non risultanel mercato dell’arte una figura professionale analoga all’analista finanziario per la Borsa valori, che fornisce, seppure ermetiche, fondate indicazioni di lettura. Qui vige la deregulation, come nel Far West e occorre incontrare il bravo cow boy.
Negli anni ‘70 esistevano i maestri, i comprimari e i giovani pretendenti alla successione. I maestri erano protagonisti, opinabili come ogni cosa al mondo ma riconosciuti tali; i comprimari erano il parterre, immediatamente a contatto, pronti a invadere il campo ma rispettosi della segnaletica; i giovani agivano nel tono, come sempre, per affermare presenza.
Il mercato si era acceso già nel decennio precedente. Attenzione in crescendo e sempre maggiore interesse. Talvolta gli indici di gradimento del pubblico non corrispondono alle tendenze di valutazione della critica ma concorrono comunque a delineare una vetrina dei più acclamati.
Eccoli ora, qui, chiamati in mostra e in scena: e riassumono, nella pluralità e nella somma dei profili, i valori e i percorsi che hanno intessuto il secolo.
Altri, in parallelo forte di personalità e qualità espressive, animano uno scenario ricco, forse equiparabile poi, forse no.

Aldo Carpi, maestro di vita e d’arte, direttore di Brera, percorreva l’ultimo tratto ancora frequentando lo studio riservatogli in Accademia, radicato lì dopo aver maturato generazioni varie d’artisti.
Anche Achille Funi, appartato in signorile dignità, volgeva l’ultimo sguardo assistendo all’affermazione di molti tra i suoi allievi.
Mentre risuonava accorato l’eco della morte tragica di Roberto Crippa, scontavano un esilio morale, ultimo tenore di condanna politica, Francesco Messina e Mario Sironi.
Iniziava una lettura più attenta e consapevole dell’opera di Piero Manzoni, scomparso giovanissimo ma autore di indelebili pagine e con lui si evidenziavano Dadamaino e un giovane gruppo composto da Gianni Colombo, Davide Boriani, Giovanni Anceschi, Grazia Varisco e Gabriele De Vecchi.
Il palcoscenico milanese si illuminava per i beniamini del territorio ma accoglieva con sensibile attenzioneAlberto Sughi, voce critica della retorica borghese, Renzo Vespignani, raffinato interprete di mutazioni sociali e ansie interiori, Ennio Calabria, ultimo alfiere di forte ideologia, Arturo Carmassi, avviato da radici surreali a sintesi d’astrazione.
Di impegno civile e sommessa poesia era Ernesto Treccani, cui corrisponde con forte partecipazione esistenziale Giuseppe Zigaina.
La platea degli intenditori si rivolgeva con attenzione a Bruno Munari e Luigi Veronesi, riconoscendoli in autonoma analogia all’astrazione internazionale.
Erano presenti sulla scena anche forti esponenti di altre scuole, sia nel valore espressivo sia in ambito geografico, retaggio di un mercato che raramente diviene nazionale, prospettandosi comunque, dapprima e lungamente, in connotazione regionale quando non provinciale.
Giorgio Morandi aveva già affermato la propria intensità poetica e Virgilio Guidi vedeva unanime riconoscimento alla sua sintesi di vedute e grandi volti che contemplava nella luce della Giudecca. La raffinatezza di Giuseppe Santomaso e l’irruente gesto materia di Emilio Vedova condividevano l’attenzione generale con l’informale di sogno di Giulio Turcato e la partitura musicale di Piero Dorazio ma, principe nella considerazione pubblica, rimaneva Giorgio De Chirico, celebrato come campione assoluto, beniamino di un sistema che già incedeva verso l’eccesso, ben oltre la stima riscossa da artisti intensi e autentici come Alberto Savinio e Massimo Campigli.
L’emisfero figurativo vantava grandi interpreti in Pietro Annigoni, Michele Cascella e Domenico Purificato, milanese di adozione per lunghi anni e direttore di Brera. Collaterali nello spazio scenico erano Silvio Consadori e Luigi Brambati, accomunati nella poetica della laguna veneta, Ezio Pastorio, cantore di toni lombardi, Franco Ferlenga, intellettuale vivace impegnato in tematiche di sviluppo ciclico, Saverio Terruso, testimone tenace di voci e tradizioni del Sud.
Mario Bionda si era appartato dalla ribalta milanese, dal dibattito intessuto con Costantino Guenzi e gli altri fautori dell’informale lombardo, alternando ora lunghi soggiorni a Riomaggiore con l’attività di gesto e segno nello studio di Sesto S. Giovanni.
Defilato nella vivacità ironica era Franco Rognoni, artista tra sogno e surrealtà, lettore acuto di vizi privati e pubblici peccati. In riservatezza lavoravano anche Giuseppe Ajmone, poeta della pittura e Mario Bardi, autore di denuncia, di impegno civile e di lucida consapevolezza.
Solisti della luce erano Gino Moro in pentagrammatonale e Leonardo Spreafico nel valore puro.
Altrettanto si dica di Piero Giunni, misurato interprete di note naturalistiche macerate in raffinata chiave lirica e del più giovane Luigi Stradella, autore di appassionata evocazione.
Distaccati da ogni possibile coro, Walter Pozzi, autoritratto costante tra i suoi personaggi e Ibrahim Kodra, idoli di pace e d’amore, voci d’altra terra e d’altra cultura.
La scultura vive nel grande insegnamento di Arturo Martini, si rinnova nell’opera di Pietro Cascella e, più da vicino, di Andrea Cascella, che diviene direttore di Brera e nutre intenso rapporto con Milano. Segnano un’impronta forte Arnaldo Pomodoro, Giuliano Vangi e Augusto Perez, unitamente alla personalità spiccata di Alik Cavaliere, alla duttilità nei materiali di Giancarlo Marchese, alla raffinatezza di Nanni Valentini, alla musicalità informale di Umberto Milani, al promettente esistenzialismo di un giovane Alberto Ghinzani.
Maestri defilati, di grande umanità, consacrati al lavoro come fede e vocazione, sono Lorenzo Pepe, Angelo Casati e Giuseppe Scalvini, determinati al lavoro quanto alla discrezione.
Gradatamente si propagano ai riflettori gli esponenti della nuova generazione milanese, Paolo Minoli, Gianfranco Pardi, Valentino Vago, Mario Raciti, Claudio Olivieri, Attilio Forgioli, mentre irrompe con scosse folgoranti Mario Schifano e, quasi in coro rispondono Fernando De Filippi, Paolo Baratella, Giangiacomo Spadari e Angelo Cagnone, oltre a Gianni Bertini e Antonio Recalcati, già di spiccata personalità.
La presenza femminile risente dell’epoca. Gli anni ‘70 ancora determinano una società fortemente maschilista e risulta quota di assoluta minoranza l’attenzione rivolta all’emisfero in rosa. Poche e rare le eccezioni, riconoscibili in Felicita Frai e, in altro versante, in Carla Accardi, nella personalità vivace e autonoma di Maria Luisa Simone, nella focalizzazione introspettiva di Wanda Broggi, nella ricerca di Fausta Squatriti e nelle personalità già citate di Dadamaino e Grazia Varisco.
A loro e alle voci comprimarie occorre tributare il merito di aver aperto nuovi orizzonti e incoraggiato generazioni più giovani, ora finalmente e a pieno diritto presenti nel palcoscenico d’attualità. Anche questa è funzione estremamente importante, come il magistero e l’esempio, come la percezione o l’innovazione; e merita memoria.
Oggi le accademie sono vive di presenza femminile ma soprattutto la ribalta ufficiale, nel privato come nel pubblico, ha superato la discriminazione che ancora derivava da antico retaggio e che l’ultimoarcodel ‘900 ha fortemente ridotto.
Questo non è l’unico risultato prodotto dagli anni ‘70 e trasmesso ai nostri giorni. Il patrimonio genetico di quel periodo genera molti effetti. Nel contesto sociale, nella parabola politica ma soprattutto, per quanto concerne il tema, nel profilo delle nuove generazioni d’artista. Che sembrano aver maturato cromosomi presenti nell’evoluzione anni ‘70, allora frequentemente letta come eccesso, provocazione o sconfinamento.
La sperimentazione della scultura in altro materiale, la scrittura, dal segno alla poesia visiva, dalla traccia alla memoria, la deformazione psicologica dell’immagine, l’assoluto della luce e la purezza del colore nella suggestione emotiva, l’uso strumentale della fotografia, supporto tecnico nella transizione del dipinto e nell’esecuzione dell’opera, sono tutti elementi, e solo alcuni tra i molti, che traggono origine dagli anni ‘70,nemmeno inediti, per riaffermarsi adulti oggi.
Ma non si riassumono qui le ragioni di una riflessione e di uno sguardo attento al decennio ‘70.
In realtà quegli anni hanno evoluto e condotto a compimento molte facoltà espressive.
Nel rispetto dell’individualità e del fare arte, non appare opportuno dire concluso ma risulta lecito affermare una definita maturità.
In quel tempo giungevano a epilogo naturale motivi intellettuali e linguaggi originati da altre e ben diverse ragioni storiche. Era un sipario ormai improcrastinabile. Ma si strutturavano altre sintassi, parallele alle istanze dei giorni che correvano verso un futuro in accelerazione ulteriore rispetto alla già incredibile velocità del ‘900, secolo poliedrico nel bene e nel male ma capace di travolgere, quanto a velocità, millenni di storia nel breve corso di una vita.
Il nuovo avanza sempre, altrimenti non avremmo il tempo. Ma senza gli anelli della concatenazione siromperebbe la sequenzialità di sviluppo.
Mentre leggiamo il presente e prepariamo il futuro, mentre vediamo come siamo e immaginiamo come saremo, è opportuno ricordare come eravamo.

Claudio Rizzi





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