curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2008

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ARTE OGGI A VARESE

Data: 18 maggio - 29 giugno 2008
Sede: Maccagno (VA), Civico Museo Parisi-Valle, via Leopoldo Giampaolo 1
Patrocinio: Regione Lombardia e della Provincia di Varese
Collaborazione: Comune di Maccagno e Civico Museo Parisi Valle


“Arte oggi a Varese” propone una panoramica dell’attualità artistica a Varese e nel turismo circostante.
Fondata su requisiti tecnici, poetici e linguistici, la mostra accoglie artisti appartenenti a differenti ambiti e, attraverso l’arco delle diverse tendenze, apre un palcoscenico di intensa dialettica.
La mostra interpreta la continuità di fermento, di ricerca, di impegno artistico che ha sempre contraddistinto la tradizione, dai maestri storici agli odierni protagonisti, percorrendo i diversi linguaggi e inquadrando oggi espressioni di grande sintesi.

Dal panorama della provincia, ricco di presenze, attivo nell’associazionismo e nel fervore propositivo, sono evidenziati alcuni artisti ritenuti di particolare profilo. In catalogo viene tributato anche un omaggio ad alcuni Maestri, scomparsi negli anni recenti, riferimenti cardine nella evoluzione culturale del territorio:
Enrico Baj, Floriano Bodini, Gottardo Ortelli e Franco Rognoni

La mostra accoglie opere di:
Anna Clara Beltrami, Angelo Giuseppe Bertolio, Paolo Borghi, Laura Branca, Claudia Canavesi, Walter Capelli, Nino Cassani, Francesco Cucci, Vittore Frattini, Ruggero Marrani, Franco Marrocco, Marcello Morandini, Giancarlo Ossola, Antonio Pedretti, Raffaele Penna, Antonio Pizzolante, Paola Ravasio, Chiara Ricardi, Anna Sala, Giancarlo Sangregorio, Elena Strada, Sara Tardonato, Giorgio Vicentini.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

1998-2008: Maccagno, il Museo, Arte oggi a Varese

Un compleanno importante: dieci anni.
Apparentemente, il tempo dell’infanzia. In realtà, un tempo breve ma intenso, senza condiscendenza, senza concessioni.
Un Museo non è mai bambino, è adulto da sempre e deve sapere cosa fare da grande persino prima di nascere. Ma conosciamo la difficoltà persistente nel tradurre i progetti in concretezza.
Lui crede di venire al mondo benaccetto dai concittadini, di essere atteso con affetto ed euforia, di incontrare il calore dell’orgoglio e del vanto, come capita nello sport, nello spettacolo e persino nella politica.
Invece un ipotetico Auditel per il gradimento dei Musei registrerebbe sì e no un tre per cento di partecipazione della cittadinanza locale.
Per fortuna cittadinanza non equivale a pubblico, ovvero a gradimento, considerazione e frequentazione, che possono giungere, e così avviene, dall’esterno.
Consolazione e incoraggiamento. Ma rimane un po’ di sconforto.
Nemo profeta in patria. Lo sapevamo ma avremmo desiderato smentire.
Il cittadino, il vicino di casa, il passante abituale, avvertono altre priorità, esprimono un’esigenza reale oppure un lamento soggettivo e comunque pensano ad altro. L’assistenza agli anziani, lo spazio all’infanzia, il presidio medico e poi il tombino che non prosciuga abbastanza, quella siepe troppo alta e i motorini che fanno rumore.
Il Museo, negletto ma non abbandonato, comprende che vivere significa percorrere una salita.
Si tratta di un tema italiano. L’analogia risulta dappertutto. A Milano, la Pinacoteca di Brera, se non fosse per le scolaresche pilotate, per manipoli di turisti giapponesi e coreani, meno americani oggi, causa cambio euro dollaro, potrebbe anche sentirsi inutile. Ma ristoranti, bar e discoteche no. I milanesi frequentano. Questione di costume, di sensibilità, di effimero.
Allora il museo, neonato o bambino, deve rintracciare in sé, nelle radici, nei cromosomi, motivo e spirito per esistere.
Oggi, a proposito dei Musei, le Istituzioni parlano di “missione”. Può risultare irriverente nei confronti dei paladini della fede ma, laicamente, un fondamento di verità esiste.
La nostra società non è propensa alla Storia. È una spirale innescata e non palesa fine. La cronaca risulta concetto persino ardito: meglio il pettegolezzo. Il pensiero annoia, evviva lo slogan. Ma soprattutto si nega il domani: importante è l’immediato, la conseguenza non conta.
Un museo, poveretto, è tutto il contrario. Testimonia l’attualità per proporsi come documento quando arriverà il giorno della Storia. Che verrà, comunque e sempre, perché insita nell’uomo anche se assente nello sciocco.
Il museo sceglie e accoglie un tempo determinato e un tema preciso: ovvero inquadra quel tema e quel tempo. Nel caso dell’Arte Contemporanea risultano evidenti i termini dell’azione.
Il cittadino, dinnanzi alla determinazione dell’Amministrazione pubblica, può domandarsi quale sia, nel contesto sociale e nella vitalità collettiva, il ruolo dell’arte.
Quesito legittimo benché fragile, che trova risposta nelle radici, nel corso dei secoli, nelle pagine della tradizione e soprattutto si arena nelle derivazioni che occupano il quotidiano, che approdano all’uso degli oggetti domestici e alle abitudini del portamento.
L’Arte è presente persino nelle società primitive e tanto più non è avulsa nei contesti evoluti. Come avviene per la musica, la letteratura, il teatro, non configura un obbligo ma non è nemmeno ipotizzabile una negazione in assoluto.
Il museo d’Arte Contemporanea non solo documenta la realtà pulsante del tempo, ma ne approfondisce motivi, ragioni e ascendenze.
Concorre a percepire l’evoluzione sociale, mutazioni e coinvolgimenti, iscrive pagine di calendario, è traccia di Storia.
In una visione spesso diffusa e distorta, appare come luogo estraneo che conserva indecifrabili motivi di notizia. Invece il Museo è semplicemente un legame tra il giorno prima e il giorno dopo, una chiave di lettura del tempo e della maturità sociale, una stanza di dibattito tra proposte e risposte. Un motore di dialogo, di aggregazione, di progresso.
Benché la vita sia difficile, il Museo di Maccagno ha dimostrato presto impegno e coraggio, ha percorso alcune esperienze formative e ha poi individuato una rotta precisa, negli obiettivi e nell’attività.
Oltre al tema e implicitamente al tempo cui relazionarsi, ha delineato il raggio d’azione dei propri interessi.
Limitarsi alla pertinenza territoriale avrebbe contraddetto lo spirito e la personalità congeniti. Ha interpretato un profilo di interesse lombardo, rivolgendo la propria ottica al fermento artistico dell’intera regione, dialogando con altri Enti, strutturando sinergie e collaborazioni e ricevendo consenso e riconoscimenti.
In pochi anni, dalla prima infanzia a questo compleanno, si è caratterizzato come uno tra i Musei più attivi in Lombardia, dotato di continuità e coerenza nel calendario di attività.
Ha promosso un programma di nuove acquisizioni a incremento delle raccolte stabili, osservato con attenzione pesino dai responsabili regionali della Cultura e dei Musei. Ha realizzato progetti articolati e pluriennali in compartecipazione e cooperazione con altri Enti, coinvolgendo, con grande soddisfazione, la Provincia di Milano e la Regione Lombardia.
Soprattutto ha dato sprone e ha ravvivato l’interesse per l’iniziativa culturale.
Ha ospitato concerti e programmi musicali, e da quell’esperienza è nato un grande auditorium, che a pieno diritto può considerarsi un altro vanto di Maccagno.
Ha accolto scolaresche e laboratori sperimentali per l’infanzia e oggi assistiamo alla vitalità di una Casa dei Colori e delle Arti nata per corrispondere a questo specifico scopo.
Maccagno non è una grande città e nemmeno un paese grande ma può essere un grande Comune.
In una lettura geografica parziale e centralista può apparire lembo estremo e periferico nella terra lombarda ma in accezione diversa, europea e ampia, Maccagno è una porta italiana per il viaggiatore che giunge dalla Svizzera e dal Nord.
In questa ottica la personalità e l’immagine del Comune risultano importanti per tutti, per la Lombardia e per il Paese.
Il museo è consapevole di questo ruolo e interpreta anche funzioni di strumento e simbolo di dialogo.
Ma la prospettiva a vasto raggio non deve precludere il rapporto con le proprie radici. Anzi, questo principio deve risultare fondamento nella conoscenza e nella documentazione della contemporaneità.
Il territorio di Varese gode di forte tradizione artistica, delineata nel tempo e nella continuità. Un’associazionismo molto sentito e particolarmente vissuto dimostra ancora oggi alta partecipazione numerica e grande pluralità espressiva.
La ribalta della provincia è affollata come normalmente avviene nel sistema italiano dell’arte, parcellizzato nella geografia e capillare nella rinomanza territoriale. La provincia tutela i propri autori ma alla fine incute anche un certo torpore.
Tra i molti iscritti al nastro di partenza, risultano pochi i concorrenti capaci di un itinerario aperto e indipendente dalle ragioni del luogo.
È successo anche in passato ma oggi stupisce ancor più.
Naturalmente si tratta di un percorso intellettuale più che geografico, ovvero l’espressione di contenuti e strumenti, tecniche e poetiche, interpretazioni e proposte in grado di attuare dialettica in un palcoscenico ampio, nazionale e internazionale, in parallelo alla continua evoluzione della società e dei linguaggi.
Risulta opportuno ripercorrere il tessuto del territorio, riconoscere le pietre miliari di lettura storica e di recente passato, per individuare il presente nelle personalità consolidate e nelle voci che approdano alla maturità.
Significa anche prendere atto di una sequenza generazionale che allontana nel tempo valori indiscussi ma ormai collegati ad altra epoca e considerare una mutazione di costume nell’eclisse dell’artista punto di riferimento carismatico come furono Fontana, Guttuso, Baj e da ultimo, Bodini.
Personalità che divenivano “luoghi” di incontro e di consultazione, passaggio ambito nella maturazione delle nuove generazioni.
Il panorama oggi è improntato ai tempi, coerente, maggiore isolamento, maggiore solitarietà, poco dialogo, molta individualità, senza intaccare reciprocità di rispetto e considerazione, semplicemente meno coralità.
In questo paesaggio, lontani dall’agone del quotidiano, risultano quasi in eremo privato due decani dell’arte, Aldo Alberti e Vittorio Giuseppe Parisi, artefice dell’idea di fondazione museale e prodigo di cospicua donazione al Comune, unitamente alla consorte Wanda Valle, tanto da meritare l’intestazione del Museo.
Esiste dunque concreto motivo per individuare le singole personalità di evidente profilo e riunirle sulla scena focalizzando l’impegno espresso nella quotidianità di lavoro a sostegno dei valori comuni.
Alcuni tra loro sono già protagonisti a livello internazionale, altri sono giovani di talento e di merito.
Tra i due estremi figura un solido gruppo di personalità matura, di profonda dignità artistica, radicata nella sobrietà dei principi espressivi, forma e contenuto.
Un tempo esistevano le mostre provinciali che selezionavano e proiettavano alle esposizioni regionali, che promuovevano infine a una grande rassegna nazionale. Non si tratta di nostalgia ma simbolicamente, se si dovesse proporre in un’ expò internazionale, in qualsiasi parte del mondo, un Padiglione Varese, ecco, questa sarebbe una squadra.
Che interpreta il nerbo e il nesso della tradizione nel territorio, che ancora respira il paesaggio e la figura, la suggestione, l’astrazione razionale e il dinamismo costruttivo, il segno, il colore e lo spazio, la struttura e la forma, la sintesi e l’evocazione.
Un Padiglione forte, ricco nei contenuti e nei linguaggi, consapevole e maturo nel conferire un quadro vivo e dialettico della contemporaneità artistica che pulsa nel territorio e nel Museo di Maccagno.

Claudio Rizzi





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