curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2008

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GENERAZIONE ANNI '70
ARTE CONTEMPORANEA IN LOMBARDIA

Data: 17 aprile 2008– 16 maggio 2008
Sede: Milano, Spazio Guicciardini Via Guicciardini 6
Patrocinio: Regione Lombardia, Provincia di Varese e Provincia di Milano
Collaborazione: Comune di Maccagno e Civico Museo Parisi-Valle


“Arte contemporanea in Lombardia. Generazione Anni ‘70” è la mostra conclusiva del ciclo pluriennale articolato in base alle Generazioni relative ai decenni del dopoguerra e mirata a evidenziare la contemporaneità in Lombardia.
Dopo le rassegne dedicate alle Generazioni Anni ‘50, ‘60, ‘40 , oggi una selezione attenta e rigorosa, fondata sui requisiti di personalità artistica, consolidata professionalità, doti tecniche, poetiche ed espressive, indipendentemente da connessioni o dettati di mercato, propone ventiquattro giovani esponenti della ribalta in Lombardia.

Gli artisti invitati sono:
Valerio Anceschi , Giuseppe Bombaci , Claudia Canavesi, Giuliano Cardella, Andrea Carini, Valentina Carnieli, Lorenzo Andrea Cazzaniga,
Raffaele Cioffi, Barbara De Ponti, Silvia Del Grosso, Anna Gabbiani,
Nadia Galbiati, Marianna Gasperini, Sara Giannatempo, Linda Grittini,
Sergio Lovati, Barbara Mezzaro, Marica Moro, Gilda Pezone, Nada Pivetta, Fabrizio Pozzoli, Camilla Sala, Rita Siragusa, Nicola Villa.

La mostra presenta una sintesi di panorama dell’attualità, spaziando attraverso la pluralità di linguaggi, tecniche, materiali e tematiche, senza obbedire a tendenze o filoni predeterminati. Pittura, scultura, nuove ricerche e fotografia dialogano nell’intreccio di rapporti e rimandi favorendo vivace dibattito.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

La Generazione Anni '70

Assistiamo in questo periodo a un forte ritorno di fiamma per gli Anni ’70.
Mentre i giovani possono interrogarsi o documentarsi con curiosità, appartiene alle generazioni mature l’impeto del tuffo nel passato.
Può trattarsi di tentazione nostalgica ma può anche essere rilettura critica, rivalutazione di un’epoca tecnologicamente lontanissima, quasi primordiale e apparentemente povera ma ancora accessibile ai valori di fiducia e futuro. Immensi centri meccanografici contenevano quanto oggi è raccolto in un personal computer. I suv non esistevano e mezza Italia viaggiava in utilitaria. Le banche imponevano alti interessi sui depositi e i clienti pagavano forti tassi sui prestiti ma l’economia funzionava e una casa costava un numero di stipendi tale da consentirne l’acquisto. La televisione in bianconero cedeva il passo al colore, preludio di sogni azzurri e rosa per gli spettatori. Gli operai faticavano e lottavano ma credevano nel sindacato e stavano uniti a sinistra.
Non che fosse tutto manna e fiori, anzi: il mondo era dilaniato come oggi, altre geografie e analoghe violenze. Ma il mondo aveva trent’anni meno e trent’anni intensi e veloci come i recenti avrebbero dovuto
generare qualcosa.
Invece siamo ancora arenati in una realtà spietata: l’ottanta per cento della ricchezza mondiale è appannaggio del venti per cento della popolazione mondiale e l’ottanta per cento dell’umanità deve condividere il rimanente venti per cento delle risorse del mondo.
Negli Anni ’70 era vivo il dibattito politico, l’ideologia era anima del pensiero economico e sociale. Ancora si credeva di poter incidere nella società. Il ’68 evolveva in quegli anni e determinava forme istituzionali da un lato e derive aberranti d’altro canto. Divorzio e aborto dividevano il Paese. Poi vennero gli anni di piombo e il Paese si ritrovò unito nella paura.
Grandi scandali, come sempre, eppure ancora aleggiava la fiducia nel ripristino della moralità, nel ricambio, in orizzonti comuni. La bustarella era così, in diminutivo. E la raccomandazione all’ordine del giorno ma facoltativa.
Uno dei modelli emulati dai giovani configurava il self made man, prologo o progenitore dello yuppi anni ’80. In quel mito si riconosceva e si misurava l’atmosfera del tempo: credere in un obiettivo e perseguirlo nella consapevolezza di ottenerlo. Faticare un po’ ma nella convinzione di riscontro.
Il precariato esisteva anche allora ma erano minori retorica e lamento: perché maggiore l’intraprendenza del rimboccare le maniche e più diffusa la considerazione nei propri mezzi e nelle strutture della società.
Il precariato di oggi paradossalmente paga il benessere di ieri, il senso del tutto dovuto e dell’eterno bengodi; ma se esiste il bengodi non altrettanto è per l’eterno, almeno su questa terra.
Il mito dell’uomo fatto da sé non attendeva coccole compiacenti o recriminazioni collettive: significava credere e cimentarsi. In questo assomigliano al loro tempo i giovani artisti di questa generazione.
Non si preoccupano molto del contesto, di quanti siano in lista d’attesa e persino dotati di anni, esperienze e percorsi più intensi. Sfoderano la loro età con franchezza, con intima convinzione, consapevoli delle difficoltà sociali eppure fedeli alla propria scelta.
Più che esibire esteriorità, lavorano e mostrano gli esiti. Cercano, scavano, proseguono nel cammino senza arenarsi alla prima sigla.
La loro personalità appare evidente ed è un piacere notare doti e qualità, lungi da ogni possibile nostalgia, che non appartiene a questa mostra né ai motivi che la animano.
Il progetto infatti risale a quattro anni fa, quando si decise di realizzare una panoramica sull’attualità e di articolare il tema in capitoli scanditi attraverso le generazioni appartenenti ai singoli decenni del ‘900. Si programmarono così, partendo dal discrimine della metà secolo, le mostre dedicate alle Generazioni Anni ’50, ’60 e ’70. Poi si decise un excursus negli Anni ’40, ritenendoli strettamente collegati non solo al dopoguerra ma al grande sviluppo del secondo arco di secolo.
Oggi il progetto approda alla naturale conclusione con la lettura della Generazione Anni ’70 e qui si chiude un’antologia di presenze, nel complesso ben più di cento, dotate di forte profilo, pronte a tradurre i tributi della cronaca in testimonianze nel tempo.
Un progetto accolto subito con partecipazione viva e concreta da Regione Lombardia, fortemente sostenuto dal Comune di Maccagno, condiviso con grande interesse e spirito di collaborazione da Provincia di Milano, Comune di Gazoldo degli Ippoliti e Comune di Gemonio, patrocinato con attenta considerazione da Provincia di Varese e Provincia di Mantova.
Ala fine del viaggio, quando la compagnia si scioglie, è consueto il saluto: dunque sia concesso un ringraziamento all’Assessore alla Regione Massimo Zanello e prima ancora al suo predecessore, oggi Presidente del Consiglio Regionale della Lombardia, Ettore Adalberto Albertoni; a Daniela Benelli, Assessore alla Provincia di Milano, a Fabio Passera, Sindaco di Maccagno, a Franca Ferretti e Nanni Rossi, Sindaco e Vicesindaco di Gazoldo degli Ippoliti, ad Antonio Franzetti, Sindaco storico di Gemonio.
Elencare Enti e personalità non intende provocare noia ma evidenziare che, in una società riottosa a coniugare tre teste pensanti, questo progetto ha superato la prova e con grande slancio.
In un contesto dominato dalla fossilizzazione dell’inattualità, ove le scuole raramente raggiungono la contemporaneità, ove gli Enti godono edonisticamente nella scoperta del déjá-vu, ove sembra che i talent scout sappiano individuare solo i mostri sacri del passato, un progetto semplice e privo di retorica ha chiamato in scena gli attori del nostro tempo.
Non è stato facile ma è stato bello. Soprattutto risulterà utile in avvenire, nella testimonianza e nella documentazione. Questo taglio di studio e di mostra consegue sempre maggiore peso nel dopo piuttosto che nell’immediato. In futuro, quando il documento giungerà a verifica. Certo, come sempre, e come ovunque, esiste un margine di soggettività ma percentualmente relativo.
Qualche presenza poteva essere elusa e qualche assenza poteva essere chiamata in palcoscenico Ma un criterio rigoroso e coerente ha condotto le scelte nello sviluppo di questa come delle precedenti mostre. Requisiti di personalità, poetica, tecnica e proprietà di linguaggio, intensità di percorso e sedimentazione del lavoro.
Nelle precedenti esposizioni, alcuni hanno snobbato l’invito e, senza la minima sofferenza, ognuno ha proseguito la propria strada. In questa occasione, invece, data la giovane età degli autori, sarebbe risultato bello disporre di maggiori spazi e ampliare il raggio di conoscenza, incoraggiare e proporre ancor più ma si è optato per migliorare la lettura delle opre e contenere il numero degli invitati.
Qualcuno, sentendosi escluso e ritenendo la cosa ingiusta, ha ipotizzato, forse ironicamente oppure no, una pubblica protesta. Ben venga e a buon diritto. Perché dimostrerebbe e verrebbe a sottolineare quella convinzione, quella personalità, quella fede interiore e forte di cui si argomentava pocanzi.
Questa è una generazione di carattere e potrà forse godere di fortuna maggiore rispetto alle precedenti. Perché qualcosa è in evoluzione nel mercato dell’arte e gli addetti ai lavori si rivolgeranno probabilmente ai più giovani.
Infatti mostra segni di flessione l’ingessatura del mercato nei valori ormai storicizzati, lungamente esibiti a vessillo a discapito di intere generazioni d’artisti costretti all’attesa e isolati in periferia. Ora si avverte la necessità di una lettura del presente e già si notano confortanti segnali. Ma chi ha maturato anni di lavoro e silenziosa pazienza sarà interlocutore ostico per il ravveduto mercante d’arte e a questi risulterà più agile e morbido il dialogo con i giovani.
Auguriamolo, almeno a questa generazione, visto che l’avvicendamento naturale è mancato in gran parte alle schiere degli Anni ’40, e ‘50 e stenta ancora per gli Anni ’60. Naturalmente le eccezioni sono la conferma della regola.
Per coincidenza, casuale ma curiosa, è proprio negli Anni ’70, in quel decennio di enorme incremento del mercato dell’arte, che si perde il ricambio generazionale.
Il boom comporta la rottura della tradizione e si annunciano grandi mutamenti che sfoceranno negli Anni ’80. Non esisterà più la successione diretta, irromperanno in scena nuovi elementi e spesso la paternità, si vedano grandi esempi, spetterà non al maestro ma al critico.
I ragazzi degli Anni ’70 invece citano e ricordano i loro maestri. Ottima attitudine che concorre a favorire la lettura degli anelli di evoluzione e la concatenazione del tempo.
Hanno incamerato l’esperienza tratta dall’apprendimento, si confrontano e mantengono vivo il dibattito.
Mostrano di possedere anche un certo spirito di gruppo, ulteriore affinità con un passato di coesione, tra convivialità e dialettica intellettuale, che si perse quando il miracolo economico indusse tutti alla tutela dei propri interessi e alla permanenza nello studio per forzare lavoro e riscontri. Ma il miracolo non esiste più ed anzi, è bene implorarlo.
Lo sanno bene questi giovani, che affrontano l’impegno con grande professionalità, convinti di dover infondere nel loro operare quella solidità che manca all’esterno.
La fragilità sociale non diviene schermo di appiattimento ma anzi motivo di cimento: rafforzare la radice, la scelta di vita, la passione, per compensare vuoti, dubbi e incertezze del mondo.
Ognuno di loro alimenta tematica e poetica proprie, un mondo già maturo fondato su basi consolidate nel tempo. Le tecniche attingono a materiali, simbiosi e deduzioni di provenienza varia, che in elaborazione personale determinano singolarità espressive e particolarità di linguaggio.
Si riscontrano talune affinità ma si riconoscono toni e timbri che contraddistinguono caratteri di personalità.
Comune denominatore consiste nella padronanza di personalità: nulla di artefatto e tutto autentico.
La chiarezza di percorso e di scelta, la consapevolezza di scogli, ghiacci e bonaccia lungo la rotta, eppure la determinazione alla continuità.
Per ribadire ancora una volta che arte non è moda ma istanza esistenziale.

Claudio Rizzi





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