curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2009

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ALLEGORIE DELLA SCRITTURA
MARIO DE LEO, RAFFAELE PENNA, GRAZIA RIBAUDO

Data: 3 ottobre - 8 novembre 2009
Sede: Maccagno, Civico Museo Parisi-Valle, via Leopoldo Giampaolo 1
Patrocinio: Regione Lombardia, Provincia di Varese e Provincia di Mantova
Collaborazione: Ad Acta, Comune di Maccagno e Civico Museo Parisi-Valle


Inaugurazione 3 ottobre ore 17.30

Le parole e la pittura condividono grandi pagine e sono frequenti i legami tra letterati e artisti, sfociati in complementarità di lavoro, in grande installazioni capaci di illuminare intere città o di riportare alla vita desuete isole della laguna veneta.
Il panorama dell’attualità è ricco di testimoni in merito e i tre interpreti chiamati ora in scena delineano territori attigui anche se differenti, sintetizzano il percorso del tempo, ritraggono gli spazi dell’umanità.
Mario de Leo recupera arcaiche grafie, pergamene simbolo o canovaccio di giurisprudenza. Raffaele Penna anima iscrizioni, frammenti e letture divinatorie: voli di uccelli, presagi del cielo, sole, pioggia e raccolto propizio.
Grazia Ribaudo fotografa la contemporaneità e il linguaggio sincopato della comunicazione fredda, interpreta le geometrie della nuova missiva e l’aritmetica del monologo che chiede colore per assaporare la vita.

Vengono presentate opere di:
Mario De Leo
Raffaele Penna
Grazia Ribaudo

Filo conduttore è la scrittura, interpretata secondo tre differenti sfaccettature, tra alfabeti immaginari e suggestioni catturate dal mondo web.

La presentazione della mostra è affidata ai critici d’arte Paola Artoni e Claudio Rizzi, autori anche dei saggi pubblicati nel catalogo edito da Silvia Editrice.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Allegorie della scrittura

Nell’Ottocento, intorno alla metà del secolo, gli archeologi scoprono, ad Altamira, in Spagna, iscrizioni rupestri e graffiti celati in antichissime grotte e risalenti all’era paleolitica.
Immaginiamo l’emozione destata dal ritrovamento, che catapulta a quindicimila, ventimila anni avanti Cristo un profilo di consapevolezza nell’uomo primitivo.
Un secolo dopo, intorno alla metà del Novecento, analoga scoperta avviene a Lascaux, in Francia. I due casi si rafforzano in reciprocità e segnano la prima traccia di comunicazione. Il disegno, simbolo, raffigurazione e monito, precede la scrittura.
Per l’avvento dell’alfabeto e la successiva evoluzione in letteratura, occorre attendere millenni e giungere alla soglia della Storia, Erodoto e i Lirici Greci, anteprima della cultura occidentale e sconfinata modernità.
Da Altamira e Lascaux, da quelle grotte e dai loro graffiti, deriva il grande dilemma: se sia pittura oppure codice espressivo.
Le tesi si contrappongono lecitamente anche se pare azzardato che, dinnanzi a ipotizzabili quanto concreti problemi del quotidiano, l’uomo di allora avesse tempo e voglia per inventare l’arte.
La figura suggeriva la parola, l’immagine conteneva l’indicazione. Un avvertimento, un colloquio.
Sarà anche casualità ma, tornando a casa nostra, la prima testimonianza letteraria che anticipa la lingua latina, posteriore all’etrusco e pertanto comprensibile, si trova apposta in un monile, la Fibula Prenestina e apre il sipario sul nuovo mondo.
Arte visiva e scrittura. Preistoria, il fluire dei secoli, la via dell’umanità. I percorsi poi divergono. La dignità, dell’una e dell’altra disciplina, reclama completa indipendenza. Le strade si ricongiungono in epoca moderna, sino a divenire, in tempi relativamente recenti, Poesia Visiva.
Continuità e coerenza di un filo logico lungo ventimila anni: allora l’immagine era raffigurazione di realtà per una precisa comunicazione, ora l’astrazione è motivo e strumento di suggestione, di evocazione interiore.
Le parole e la pittura condividono grandi pagine e sono frequenti i legami tra letterati e artisti, sfociati in complementarità di lavoro, in grande installazioni capaci di illuminare intere città o di riportare alla vita desuete isole della laguna veneta.
Ma il connubio oggi è ancora più forte dell’evidenza. Perché si sono ribaltati i termini. La parola, la scrittura, hanno sempre supportato l’arte mediante la funzione critica ma ora che la critica d’arte ha esaurito il proprio ruolo, denudata nell’etica e svuotata di significato, è la pittura a soccorrere la parola.
La parola, nell’epoca trionfale della comunicazione, dovrebbe festeggiare l’apogeo e invece vive il paradosso dell’impoverimento e del regresso barbaro.
La globalizzazione, fandonia pseudointellettuale, inculcata a discapito dei più e a beneficio dei pochi, ha condotto a parametri azzerati nel gusto e nelle radici della lingua, ha prodotto omologazioni di linguaggio prive di entità, illusorie nell’appartenenza a una comunità che non possiede cromosomi se non dettati e imposti, prefabbricati e asserviti.
Nell’oceano dell’approssimazione, dell’emulazione, dell’identificazione nel branco, la parola ha perso gran parte del peso specifico, del senso e del luogo. Nel dilagare dell’impoverimento, la proprietà linguistica, poetica e letteraria, risulta naufraga in balia delle onde.
La conforta l’arte: pittura e scultura concorrono a delineare orizzonti di approdo, lidi di riparo e tutela. Bandita dalla carta, sopraffatta dal parlato dei media, la scrittura, nel valore intimo, nella radice dell’uomo, trova grande sostegno nell’arte.
Peraltro, dalla metà dell’Ottocento, l’arte ha mutato obiettivi e punti cardinali, tramutandosi da strumento di comunicazione oggettiva, simbolica o realistica, in ottica di interiorità e di evocazione soggettiva. Dunque, se prima la parola era sermone, ora è autonomia poetica.
Il panorama dell’attualità è ricco di testimoni in merito e i tre interpreti chiamati ora in scena delineano territori attigui anche se differenti, sintetizzano il percorso del tempo, ritraggono gli spazi dell’umanità.
Mario de Leo recupera arcaiche grafie, pergamene simbolo o canovaccio di giurisprudenza. Raffaele Penna anima iscrizioni, frammenti e letture divinatorie: voli di uccelli, presagi del cielo, sole, pioggia e raccolto propizio. Grazia Ribaudo traduce presente e futuro, cultura e strumenti del nostro tempo. La rete è divenuta il supporto dell’essere, spazio vitale, patrimonio cognitivo e comunicazionale. L’interazione è lì, nel clic, nell’istante, abbattendo confini e tempi di trasmissione.
Simboli, codici, parole chiave. Una volta la chiave consisteva nella parola. E lo scritto era scolpito nelle tavole della legge di De Leo, nei suoi reperti di sapore orientale, nelle argille e nelle sabbie di biblici deserti, nelle suggestioni di religiosa saggezza. Oppure nel segno primordiale di Penna, nei suoi papiri, nella materia immersa nella natura, sapore della traccia di pietra e roccia incise a monito perenne, come il graffito del prigioniero o il calendario del superstite.
Allora una tavola sanciva la storia di un popolo, ora una mail identifica il ventunesimo secolo e garantisce l’istantaneità del tutto, come se non esistesse più la sedimentazione del tempo.
Mario De Leo incide archetipi di codici, palinsesti e spartiti, storie di umanità, di minoranze che nell’identità hanno difeso la sopravvivenza.
Raffaele Penna scava ataviche memorie, l’arsura della terra, il limitare dei campi, germogli della vita nelle sue antiche sentenze e reperti di civiltà.
Grazia Ribaudo fotografa la contemporaneità e il linguaggio sincopato della comunicazione fredda, interpreta le geometrie della nuova missiva e l’aritmetica del monologo che chiede colore per assaporare la vita.
La visione delle cose, sebbene mirate da visuali differenti, la proprietà di ambiti tematici che nella maturità del viaggio divengono poetici, accomuna i tre artisti in dialogo intenso. Passato e futuro si collegano in linea di continuità, richiamano sedimenti e accendono attesa.
È un invito al colloquio. E nel ritratto della parola risuona la scrittura.

Claudio Rizzi





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