curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2009

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ALLEGORIE DELLA SCRITTURA
MARIO DE LEO, RAFFAELE PENNA, GRAZIA RIBAUDO

Data: 30 agosto - 27 settembre 2009
Sede: Mantova, Galleria Errepi Arte
Patrocinio: Regione Lombardia, Provincia di Varese e Provincia di Mantova
Collaborazione: Ad Acta e Galleria Errepi Arte


Inaugurazione 30 agosto ore 18.00

La galleria “ErrepiArte” di Mantova festeggia il suo primo compleanno (esattamente un anno fa con la collettiva “Presenze” si aprivano gli spazi di via Accademia 17) con un tris di artisti di alto livello: Mario De Leo, Raffaele Penna, Grazia Ribaudo. Filo conduttore è la scrittura, interpretata secondo tre differenti sfaccettature, tra alfabeti immaginari e suggestioni catturate dal mondo web.

Mario De Leo, nato a Ruvo di Puglia (Ba) nel 1944, vive a Monza e lavora a Lissone. Sin dagli anni Settanta coniuga la passione per la pittura con quella per la musica (ha collaborato tra gli altri con Moni Ovadia, ha composto colonne sonore e ha fondato la rivista “Osaon”). Come pittore ha esordito nel 1987 e da allora ha esposto in importanti spazi pubblici e gallerie private in Italia e all’estero (Germania, Spagna, Stati Uniti, Cuba, Cina, Giappone). Ha partecipato alle mostre itineranti “Paginas desde Lombardia”, “Metafore di paesaggio” e “Generazione anni ‘40”, che hanno fatto tappa anche nel Museo di Gazoldo degli Ippoliti (Mn). La sua pittura è una continua esplorazione di alfabeti, stratificazioni e linguaggi misteriosi e primordiali.

Raffaele Penna, nato a Foggia nel 1943, vive e lavora a Biandronno (Va). Ha esordito nel 1969 e ha esposto in spazi pubblici e privati. Dal 1978 la sua è un’arte astratta. Importanti le sue presenze in premi e concorsi nazionali (tra gli altri si ricorda il “Premio Bozzolo”). Ha esposto nelle rassegne itineranti “Generazione anni ‘40”, “In rete”, “Carosello italiano”. Nel Museo Civico di Maccagno ha partecipato alle mostre “Acquisizioni 2006” e, nel 2008, a “Arte oggi a Varese”. La più recente, nel lungo corso delle mostre personali, si è tenuta a Lugano. La sua è un’arte graffiata dai segni del tempo e della vita, esplorata, celata e racchiusa in un linguaggio affascinante che tramuta in segno incisivo l’apporto di materiali eterogenei e suggestivi.

Grazia Ribaudo, nata a Cantù (Co) nel 1975, vive a Limido Comasco e lavora a Bovisio Masciago (Mi). Dal 1997 interpreta il mondo web. Nel 2005 ha vinto un premio alla rassegna “Bice Bugatti” di Nova Milanese, nel 2006 ha ottenuto la medaglia d’argento al “Premio Segantini”. Nel 2008 ha vinto il Primo Premio al “Premio Biennale di Pittura Luigi Brambati” di Lodi e ha partecipato alla mostra “Acquisizioni” al Museo Civico di Maccagno, ove, nel 2009, è invitata alla rassegna “Suggestioni”. Espone nel 2009 in collettiva a Roma, Barletta, Sanremo e a Milano, Spazio Tadini, nella mostra “Luci della Ribalta”. Le sue tecniche miste su tela e plexiglass sono testimonianza della contemporaneità: la scrittura delle e-mail è rielaborata, trasformata, cancellata con interventi pittorici di grande energia.


A cura di Claudio Rizzi e Paola Artoni, in collaborazione con il Comune di Mantova e il Comune di Maccagno, Patrocinio di Regione Lombardia, Provincia di Mantova e Provincia di Varese.
Catalogo edito da Silvia Editrice.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Allegorie della scrittura

Nell’Ottocento, intorno alla metà del secolo, gli archeologi scoprono, ad Altamira, in Spagna, iscrizioni rupestri e graffiti celati in antichissime grotte e risalenti all’era paleolitica.
Immaginiamo l’emozione destata dal ritrovamento, che catapulta a quindicimila, ventimila anni avanti Cristo un profilo di consapevolezza nell’uomo primitivo.
Un secolo dopo, intorno alla metà del Novecento, analoga scoperta avviene a Lascaux, in Francia. I due casi si rafforzano in reciprocità e segnano la prima traccia di comunicazione. Il disegno, simbolo, raffigurazione e monito, precede la scrittura.
Per l’avvento dell’alfabeto e la successiva evoluzione in letteratura, occorre attendere millenni e giungere alla soglia della Storia, Erodoto e i Lirici Greci, anteprima della cultura occidentale e sconfinata modernità.
Da Altamira e Lascaux, da quelle grotte e dai loro graffiti, deriva il grande dilemma: se sia pittura oppure codice espressivo.
Le tesi si contrappongono lecitamente anche se pare azzardato che, dinnanzi a ipotizzabili quanto concreti problemi del quotidiano, l’uomo di allora avesse tempo e voglia per inventare l’arte.
La figura suggeriva la parola, l’immagine conteneva l’indicazione. Un avvertimento, un colloquio.
Sarà anche casualità ma, tornando a casa nostra, la prima testimonianza letteraria che anticipa la lingua latina, posteriore all’etrusco e pertanto comprensibile, si trova apposta in un monile, la Fibula Prenestina e apre il sipario sul nuovo mondo.
Arte visiva e scrittura. Preistoria, il fluire dei secoli, la via dell’umanità. I percorsi poi divergono. La dignità, dell’una e dell’altra disciplina, reclama completa indipendenza. Le strade si ricongiungono in epoca moderna, sino a divenire, in tempi relativamente recenti, Poesia Visiva.
Continuità e coerenza di un filo logico lungo ventimila anni: allora l’immagine era raffigurazione di realtà per una precisa comunicazione, ora l’astrazione è motivo e strumento di suggestione, di evocazione interiore.
Le parole e la pittura condividono grandi pagine e sono frequenti i legami tra letterati e artisti, sfociati in complementarità di lavoro, in grande installazioni capaci di illuminare intere città o di riportare alla vita desuete isole della laguna veneta.
Ma il connubio oggi è ancora più forte dell’evidenza. Perché si sono ribaltati i termini. La parola, la scrittura, hanno sempre supportato l’arte mediante la funzione critica ma ora che la critica d’arte ha esaurito il proprio ruolo, denudata nell’etica e svuotata di significato, è la pittura a soccorrere la parola.
La parola, nell’epoca trionfale della comunicazione, dovrebbe festeggiare l’apogeo e invece vive il paradosso dell’impoverimento e del regresso barbaro.
La globalizzazione, fandonia pseudointellettuale, inculcata a discapito dei più e a beneficio dei pochi, ha condotto a parametri azzerati nel gusto e nelle radici della lingua, ha prodotto omologazioni di linguaggio prive di entità, illusorie nell’appartenenza a una comunità che non possiede cromosomi se non dettati e imposti, prefabbricati e asserviti.
Nell’oceano dell’approssimazione, dell’emulazione, dell’identificazione nel branco, la parola ha perso gran parte del peso specifico, del senso e del luogo. Nel dilagare dell’impoverimento, la proprietà linguistica, poetica e letteraria, risulta naufraga in balia delle onde.
La conforta l’arte: pittura e scultura concorrono a delineare orizzonti di approdo, lidi di riparo e tutela. Bandita dalla carta, sopraffatta dal parlato dei media, la scrittura, nel valore intimo, nella radice dell’uomo, trova grande sostegno nell’arte.
Peraltro, dalla metà dell’Ottocento, l’arte ha mutato obiettivi e punti cardinali, tramutandosi da strumento di comunicazione oggettiva, simbolica o realistica, in ottica di interiorità e di evocazione soggettiva. Dunque, se prima la parola era sermone, ora è autonomia poetica.
Il panorama dell’attualità è ricco di testimoni in merito e i tre interpreti chiamati ora in scena delineano territori attigui anche se differenti, sintetizzano il percorso del tempo, ritraggono gli spazi dell’umanità.
Mario de Leo recupera arcaiche grafie, pergamene simbolo o canovaccio di giurisprudenza. Raffaele Penna anima iscrizioni, frammenti e letture divinatorie: voli di uccelli, presagi del cielo, sole, pioggia e raccolto propizio. Grazia Ribaudo traduce presente e futuro, cultura e strumenti del nostro tempo. La rete è divenuta il supporto dell’essere, spazio vitale, patrimonio cognitivo e comunicazionale. L’interazione è lì, nel clic, nell’istante, abbattendo confini e tempi di trasmissione.
Simboli, codici, parole chiave. Una volta la chiave consisteva nella parola. E lo scritto era scolpito nelle tavole della legge di De Leo, nei suoi reperti di sapore orientale, nelle argille e nelle sabbie di biblici deserti, nelle suggestioni di religiosa saggezza. Oppure nel segno primordiale di Penna, nei suoi papiri, nella materia immersa nella natura, sapore della traccia di pietra e roccia incise a monito perenne, come il graffito del prigioniero o il calendario del superstite.
Allora una tavola sanciva la storia di un popolo, ora una mail identifica il ventunesimo secolo e garantisce l’istantaneità del tutto, come se non esistesse più la sedimentazione del tempo.
Mario De Leo incide archetipi di codici, palinsesti e spartiti, storie di umanità, di minoranze che nell’identità hanno difeso la sopravvivenza.
Raffaele Penna scava ataviche memorie, l’arsura della terra, il limitare dei campi, germogli della vita nelle sue antiche sentenze e reperti di civiltà.
Grazia Ribaudo fotografa la contemporaneità e il linguaggio sincopato della comunicazione fredda, interpreta le geometrie della nuova missiva e l’aritmetica del monologo che chiede colore per assaporare la vita.
La visione delle cose, sebbene mirate da visuali differenti, la proprietà di ambiti tematici che nella maturità del viaggio divengono poetici, accomuna i tre artisti in dialogo intenso. Passato e futuro si collegano in linea di continuità, richiamano sedimenti e accendono attesa.
È un invito al colloquio. E nel ritratto della parola risuona la scrittura.

Claudio Rizzi





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