curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2007

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METAFORE DELLA MEMORIA

Data: 6 dicembre 2007 – 11 gennaio 2008
Sede: Milano, Spazio Guicciardini, via Guicciardini 6
Patrocinio: Regione Lombardia e Provincia di Varese
Collaborazione: Comune di Maccagno, Civico Museo Parisi-Valle, Provincia di Milano, Ad Acta.


La mostra “metafore della memoria”, parte integrante di un progetto pluriennale e articolato, si riconduce alla precedente rassegna, “Metafore di paesaggio” realizzata a Maccagno nel 2005, esposta poi a Gazoldo degli Ippoliti e infine ospitata dalla Provincia di Milano nella sede dello Spazio Guicciardini nel 2006.
“Metafore della memoria” rinnova l’analisi dedicata all’evoluzione del linguaggio artistico nella contemporaneità, nel superamento dei canoni figurativi tradizionali e nell’affermazione di autonomia interpretativa e interiorità poetica.
Mentre il primo titolo adottava un parametro di lettura facile e riconoscibile come il paesaggio, questa mostra, strutturata intorno alla memoria, implica un comune denominatore labile e fluido, intessuto tra evocazione e suggestione, ricordo e metamorfosi dell’immagine nello scrigno del privato. Attori in questo palcoscenico sono diciotto artisti contemporanei, appartenenti allo scenario lombardo, dotati di sicura interiorità e forte mondo poetico:

Giuseppe Ayna, Alberto Barbieri, Franco Bassignani, Sergio Battarola, Giacomo Benevelli, Paolo Bonaldi, Giovanni Bruno, Mariangela De Maria, Paola Fonticoli, Mauro Fornari, Maria Cristina Galli, Elena Modorati, Giangi Pezzotti, Valdi Spagnulo, Luigi Stradella, Luiso Sturla, Alessandro Traina, Bruno Zoppetti.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Metafore della memoria

Ancora oggi una parte del pubblico, dinnanzi ad un’opera d’arte contemporanea, si pone la domanda “cosa mi rappresenta” “cosa mi raffigura”, evidenziando la convinzione di un rapporto diretto, obbligatorio e consequenziale tra arte e raffigurazione.
Questo canone, benché contraddetto nel tempo da eccezioni varie e differenti, ha caratterizzato la storia nel corso dei secoli, ritraendo l’ideale dapprima e il reale poi, infine arenandosi nell’Ottocento grazie e causa il fermento della rivoluzione-evoluzione del Romanticismo.
Da questo momento muta la Storia, non solo dell’arte ma della società nel contesto civile e politico, e la cultura scolpisce profonda traccia di testimonianza.
L’artista si affranca dall’obbligo celebrativo e libera spazi di interiorità animando nuove prospettive individuali.
Alla ribalta sale l’uomo qualunque. La gente, la moltitudine, il popolo divengono fonte e fine dell’impegno intellettuale.
Apologia e agiografia, benché libere e persistenti, cedono il passo all’autonoma espressione dell’animo.
Per favorire la lettura dell’evoluzione del linguaggio artistico, che nel XX secolo ha vissuto un’accelerazione fendente, progredendo dai dettati della tradizione alla più ampia indipendenza, si è dato avvio a un ciclo pluriennale di mostre articolate in “metafore”.
La prima, realizzata nel 2005, adottava il paesaggio quale comune denominatore, strumento di lettura in grado di mostrare il percorso, lungo e intenso, che conduce dal paesaggio, canonicamente inteso e naturalmente ritratto, alla sintesi, al simbolo e all’astrazione del concetto.
“Metafore della memoria” rinnova l’intento ma utilizza un comune denominatore già in se stesso labile e fluido: il ricordo o metamorfosi dell’immagine nello scrigno del privato.
Gli artisti invitati divengono attori della molteplicità linguistica e, nella propria singolare espressività, documentano il tema.
Dalla memoria ancestrale e colta, etnica o barbarica, di Giangi Pezzotti, Sergio Battarola e Alberto Barbieri, alle geografie siderali di Giuseppe Ayna, alle citazioni tacite e intime di Franco Bassignani, Mauro Fornari e Bruno Zoppetti, al possesso del vissuto in proiezione intellettuale di Maria Cristina Galli, Elena Modorati e Giovanni Bruno, alla purezza della forma, origine e fine in Giacomo Benevelli, alle affioranti parvenze in Luiso Sturla, Luigi Stradella e Mariangela De Maria, alla nostalgia del gioco nella consapevolezza di razionalità di Paola Fonticoli, al ritorno della memoria, potere e proprietà in Paolo Bonaldi, agli spazi, prospettiva di ritorno e proiezione di infinito in Valdi Spagnulo e Alessandro Traina.
Voci di intensità autentica, intime e soggettive ma compatibili alla pluralità. Offrono proiezioni suggestive e rammentano che il passato pulsa sospingendo l’avvenire.
La memoria sussiste nell’inscindibile osmosi con il tempo. Un rapporto stretto di dualità, una reciprocità profonda tanto da confondere il prima e il dopo. La memoria testimonia il tempo ma questo alimenta quella.
Si potrebbe persino porre in dubbio chi generi l’altro, dove consista più profondo valore, se nell’entità oppure nel sentimento, nella fisicità o nella percezione.
Tutto scorre, dicevano gli antichi, ed è certamente vero. Eppure di quell’ insegnamento è rimasta memoria. Che non è un dato assoluto ma relativo, soggettivo.
La storia, la società,la politica, così come la sfera del privato, degli affetti, dell’intimità, alimentano una parte, talvolta persino la nutrono in enfasi e per contro allontanano o cancellano il resto, annullano l’opposto.
Considerata da due prospettive diverse, la memoria può configurare aspetti contrari.
Succede: nella storia del mondo come nella vicenda dei singoli.
Gli avvenimenti si esauriscono, la memoria resta, anzi li conserva e diviene chiave di lettura per comprenderne radici e esiti.
Lì consiste il bandolo del filo logico dell’esistenza; del pubblico e del privato.
Un tempo questo tema avrebbe trovato attuazione in tinta seppia e in forma malinconica. L’immagine di ricordo e passato si sarebbe dipinta in brume di lontananza e languori di nostalgia: la figura e l’oggetto sarebbero risultati protagonisti nella traccia del tempo e nelle rughe della mente.
Oggi prevale il sentimento, ovvero il senso della memoria e non il dettaglio. Alla narrazione della cosa si sostituisce la percezione di ciò che rimane e ancora vive e incide nel presente. È sintesi ed è essenza. Qualcosa, non tutto; una nota, non uno spartito; un accenno, non una pagina.
Forse un soffio,ma capace di animare gli spazi, ripercorrere territori socchiusi, riaprire confini e delineare altri orizzonti.
Diafane apparenze di natura personificata, luoghi divenuti storia di passato e di attesa, come stupore di fiabe e racconti lontani, campeggiano nei dipinti di Mariangela De Maria.
Nelle geografie di verità, assolate da silenzi di sabbia e notti incombenti nel vuoto, stanno come bagliori di apparizione le esperienze di Alberto Barbieri, viaggiatore sulle orme di antiche civiltà. Che risuonano in solitudine acuta nelle immagini di Giangi Pezzotti, connubio di mito e simbolo, affermazione veritiera o verosimile, di lontana origine delle cose, monito vigilante sull’attualità.
Dell’era del fuoco, del ferro, preistorico o barbarico, magmatico nel divenire tra offesa e sopruso, violenza e ripudio, è interprete Sergio Battarola, cantore di epoche offese, negate, oscurate, tradite nel tramandarsi ma vive nel generare l’avvenire.
Giuseppe Ayna ha percorso i cancelli del territorio, rammenta memorie di passato prossimo, proietta paesaggi privati oltre il perimetro di convenzione per coniugare il tempo nella dimensione dello spazio. Il tempo, nella scansione delle stagioni, nella labilità della dimensione e della profondità di incidenza, palpita nei reperti-diari di Elena Modorati, nella assolutezza della traccia indelebile, apparentemente delicata ma profonda come ferita.
I segni, traccia scolpita nel solco dei giorni e nei meandri dell’animo, trapelano trasognati, inebriati di intima poetica, soffusa ma densa di vibrazione, nella pittura di Luigi Stradella: accorati toni in monologo introspettivo, confessioni silenti ma luminose. Sul versante di nerbo e rigore intimo, domina Luiso Sturla, parvenze, presenze, ritorni; apparizioni e affioramenti in una lettura intensa dell’esistenza calata al cospetto del mondo.
Il senso della storia, autentica e maiuscola, pulsa forte in Giovanni Bruno, tramanda stratificazione dei secoli e vicissitudini dei singoli, nobilita la semplicità del quotidiano nella sedimentazione di umanità.
Una prospettiva divergente attinge al mito in Paolo Bonaldi, rievocazione incisa nel verbo della scrittura e nel tono surreale di una scena austera, personificazione della leggenda oltre il richiamo della citazione.
Chiude, comprime ma conserva Maria Cristina Galli: il vissuto, la verità, il segreto, tutto compattato nel silenzio sofferto ma dolce del riserbo; quasi scrigno agnostico dinnanzi al dialogo.
Timida la rilettura di pagine trascorse in Bruno Zoppetti, sfogliare il passato, ritrovare urgenze del presente e imminenze di futuro, riannodare fili di continuità che da lontano chiamano in nitida voce.
Franco Bassignani pubblica il diario del viaggio esistenziale, ricordi, immagini, passioni e irruenze, nel tono di velata visione, talvolta tenue tra le nebbie padane ma affiorante sempre nella coscienza critica come nella consapevolezza di verità.
Attinge a sapori familiari, di luogo, di casa, di radici e cose, Mauro Fornari, visionario in apparenza ma colto nel decifrare etimologie di valori: soffusi, sottesi, inconsci sino alla scoperta; ma senza stupore, solo intimo quesito.
Come danzasse sulle punte, su un assito indenne da polvere di retorica, Paola Fonticoli scrive soffice profondità di ritmi, magnifiche attese, ritorni all’età felice: laddove il girotondo del gioco ancora non si spezza negli apparati dell’esistenza.
Evolve e involve, si rinserra e si proietta altrove il senso del vissuto, intima circospetta consapevolezza in Alessandro Traina, linea continua di filo logico interiore, memore, cosciente e determinato.
Valdi Spagnulo ribalta i termini, provoca dialettica tra vuoto e pieno, passato e futuro, traccia e contatto: affiora la negazione del confine e riemerge la proiezione della lontananza.
Origine e fine, partenza e approdo, la purezza della forma e l’origine della purezza, trovano misura in Giacomo Benevelli, intenso percorso sedimentato lungo le anse di meditato ascolto.
Attori tutti, acuti interpreti dell’essere oggi.
Nella transizione da ieri a domani, nella concretezza di scrittura nonostante il celebrato incedere dell’effimero e il deludente trionfo del vacuo.
Solisti chiamati in coro per consentire una lettura articolata ma viva di rimandi e rapporti.
Per comprendere l’arte come vicina di casa, partner possibile del quotidiano e del collettivo, senza pensare, ancora e per l’ennesima volta, all’artista come all’eremita sulla torre d’avorio, forse caduco e fragile ma inavvicinabile ai comuni mortali. Anzi il contrario: come gli altri ma capace più degli altri di testimoniare poetiche e sentimenti che appartengono a tutti.

Claudio Rizzi





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