curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2007

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GIANCARLO OSSOLA - OPERE DAL 2000 AL 2007

Data: 3 giugno – 15 luglio 2007
Sede: Maccagno (VA), Civico Museo Parisi-Valle, via Leopoldo Giampaolo 1
Patrocinio: Regione Lombardia e Provincia di Varese
Collaborazione: Comune di Maccagno, Civico Museo Parisi-Valle, Ad Acta.


La programmazione di attività espositiva del Civico Museo di Maccagno, in parallelo a mostre tematiche e collettive dedicate all’attualità, propone la lettura analitica di personalità protagoniste nell’Arte Contemporanea in Lombardia.
Dopo l’approfondimento dedicato al decano degli artisti lombardi, Trento Longaretti, il Civico Museo presenta una mostra mirata a Giancarlo Ossola. Nato a Milano nel 1935, di origini e frequentazioni varesine, Ossola è tra gli autori di maggiore profilo nel panorama odierno.
Un percorso espositivo di ampio valore nazionale, una intensa letteratura critica e una forte personalità espressiva, connotano Giancarlo Ossola tra gli artisti di maggiore rilievo nell’attuale fermento culturale.

A cura di Claudio Rizzi, la mostra presenta circa quaranta opere dipinte dopo il 2000, inquadrando la recente attività dell’artista in coincidenza con la piena maturità.
Un ampio saggio a firma di Stefano Crespi, pubblicato in catalogo a prefazione, focalizza l’opera di Ossola nell’ambito generale dell’evoluzione dei linguaggi e delle tematiche dalla seconda metà del Novecento al debutto del XXI secolo, inquadrando contesto e peculiarità di Ossola.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Incombente assenza e suggestione di presenza

Un giorno, risalendo in barca il corso del fiume Zermania, che sfocia nel mare di Novigrad, in Croazia, e si inerpica in una valle irta, ripida come un canyon talora totalmente brullo e minaccioso nel presagire inquietanti presenze, venne spontaneo, se non doveroso, pensare a Giancarlo Ossola.
Paesaggio di un interno. Forse, meglio, interno di un paesaggio.
Ossola traduce i due termini in reciprocità ma soprattutto ne ribalta l’evidenza di identità.
Il luogo poetico è tale in sé e non richiede precisa individuazione. Alla natura di Morlotti rispondono gli interni di Ferroni, agli interni di Cazzaniga si contrappongono le città di Vaglieri ma il luogo poetico rimane interiore e si misura in intensità anziché in estensione.
Morlotti diviene come insetto nella natura, Ossola invece permane parte consapevole e critica.
La sua ottica è un punto di vista, prospettiva di analisi, immedesimazione emotiva: osmosi tra suggestione e percezione.
L’interno di Ossola, benché inquadrato nel particolare, assume la vastità di paesaggio, si dilata in universalità ben oltre la referenza dell’immagine. L’occasionalità di una stanza si traduce in generalità e questa conduce all’umanità. In quanto universale, il luogo appartiene all’uomo e, data la peculiarità, evoca specificità di figura. Quella che manca.
Dunque nel dipinto di Ossola, ricco di elementi suggeriti, sottintesi, sfumati oppure evidenti, assurge a protagonista l’assenza. Percepibile, anzi incombente, silente eppure roboante, quasi richiamo se non imperativo.
La traccia è riconoscibile, persino recente, sembra palpitare nella solitudine dell’abbandono, di un commiato che si intuisce addio e mai arrivederci.
Il passato prossimo determina un presente metafisico senza divenire, perché è già mutato e pare dover rimanere tale, immobile nella polvere di luci e ombre che graveranno come epigrafe della memoria.
All’apparenza assumono ruolo di personaggio le cose ritratte ma in seconda lettura si lasciano negare e affermano invece che il personaggio è assente. Forse è uscito di scena, oppure scomparso per sempre. Come nel viaggio in mare aperto, l’orizzonte è altrove e sul ponte regna l’attesa.
Non esiste rumore: né crepitio di chi si dilegua, né sospiro di chi si avvicina. Il silenzio grava come afa: è successo qualcosa e ci si domanda cosa.
La risposta consiste nel recondito esistenziale di chi era lì e ora è assente.
Nelle rare figure di Ossola, perentorie anche se non frequenti, il personaggio campeggia ma sopraggiunge come apparizione, quasi improvviso svelarsi di una presenza percepita seppure celata.
Evanescenza nell’apparire come nel sottrarsi. Dileguarsi dell’immagine che pure persiste nella evocazione di traccia come nella suggestione di presenza.
Si determina un’atmosfera da giorno dopo. Il primo, forse di quiete, forse di annullamento.
Quando si dice postindustriale risulta chiaro il termine industriale ma è interrogativo il concetto post.
L’abbandono può essere sintomo di pace oppure di estinzione. Può risultare sinonimo di vittima oppure di carnefice. Ci si domanda chi fosse là, sulla scena, perché e che parte abbia svolto, prima di andarsene, in fretta, quasi privo di affetti, nello scompiglio delle cose, nell’anonimato dei reperti.
Come se l’umanità avesse delineato luogo e condizione ma poi cancellato se stessa. Come se il senso della vita dettasse la traccia prima e più dell’esistenza.
Ossola interroga l’umanità interpretandola dalla soglia come un obiettivo puntato, uno zoom sulla verità, l’attimo infinito ritratto nella testimonianza.
È attore, interviene in prima persona, chiama a gran voce, attende. I suoi oggetti non sono simulacri e non sono feticci ma anime ibernate. Traduce un’immagine semplice, comune o qualunque, nella soverchia supremazia della società rispetto all’uomo.
La vita si è eclissata per esigenze sociali. La fabbrica ha chiuso perché l’economia così voleva. La solitudine, sopraffatta, è divenuta assenza. Il luogo vitale, privato dell’esistenza, è rimasto luogo. Stanza del disuso.
Nel colore emaciato dalla fatica della realtà, Ossola ha ravvivato impeto e acuti durante il periodo dedicato agli ateliers, studi d’artisti, compagni di percorso o riferimenti ideali. Ha scolpito personalità di atmosfera per ritrarre autenticità delle figure. E il personaggio aleggiava davvero, quasi respiro percepibile fuori campo ma si presagiva per nostra suggestione. In verità nessuna differenza rispetto all’artigiano scomparso dall’officina in disuso. Solo la distanza tra celebrità e anonimato e la difficoltà, per il lettore, nell’immaginare fattezze, nome e cognome, dell’uomo qualunque che viveva quella fabbrica oppure abitava quella poltrona.
Un segno, un gesto pittorico di rapido istinto caratterizzava i dipinti di anni trascorsi, concedendo oggi più attenta lettura, benché mai indulgente, al dettaglio di singola citazione. Mutazione di linguaggio che sottende a più analitico approfondimento, pacato nel ritratto d’insieme per acuta ricerca di radicate ragioni.
La collocazione di Ossola dinnanzi agli scenari prescelti è di atteggiamento critico, quasi domanda di verità, attesa di presente e proiezione a futuro più che immersione nel passato. Tantomeno trattasi di nostalgica enunciazione di possibile ritorno, nulla di retorico in passatismo di facile consumo.
Si chiede in quale altro comparto campeggi il pieno dato che volubilità umana e pressione sociale hanno determinato il vuoto.
Si interroga ove sopravvivano valori fecondi e vitali, ove ancora, seppure sofferta, risuoni sinfonia dell’esistenza.
L’assenza non è negazione bensì indicazione di un altrove, luogo concreto e non ideale, territorio d’incontro tra i contenuti dello spirito e la concretezza della persona.
Un invito al ritrovamento dell’umanità, alla parola pronunciata, a percorrere la vita senza subirne soltanto gli effetti.
Le radici immerse in un diffuso quanto aleatorio realismo esistenziale, la simpatia etimologica per Giacometti e la nitida consapevolezza della quotidianità, connotavano in Ossola la sintesi tra precarietà e divenire, forma ed essenza, tensioni civili e incompatibilità.
Eppure non ne ha mai fatto spartito di proclama o denuncia.
Solo intima poetica, quasi moderno Diogene sperduto nelle fabbriche dell’abbandono. A cercare la natura dell’uomo, ovvero la vena pulsante, la presenza, la costante attiva che sola garantisce il divenire.
Polvere, ignavia sedimentata, eppure squarci di luce accendono il senso del reperto e lo tramutano in reliquia, conferendo sacralità e restituendo futuro.
È scoperta, non memoria. Perché la storia si traduce in presente e il tempo si colloca negli annali ma produce continuità. Non si confessa nostalgia, che non riscontra ragioni e non appartiene al metabolismo dell’evoluzione. Si dipinge il vuoto che appartiene all’epoca, interiore prima ancora della acclamazione formale, vasto e volgare sino all’omologazione generica e all’appiattimento intellettuale.
Anche le città di Ossola erano in fremito silente, quasi tremule sulle fondamenta di storia negletta. Non recavano incombenza ossessiva, o malessere di città che sale in analogia ai pittori realisti negli anni ’50 e ’60, palesavano invece solitudine e silenzio di abitanti fagocitati, umanità privata anche della presenza, viva solo nella traccia e nella percezione.
In un ciclo di lavoro anteriore, nei “Fumetti”, la stessa umanità non era delineata in riconoscibilità ma intuibile nella germinazione originaria, negli albori di materia e fermento cosmico, senza volto, senza nome, soltanto evoluzione primaria.
Acutamente nota Stefano Crespi, nel saggio intenso dedicato a Ossola, la “condizione primaria, o disperante, o destinale”. Rilette e collegate le fasi della pittura e del linguaggio di Ossola, sorge spontaneo domandarsi se silenzio, nullità d’assenza, estinzione della persona, siano condizione transitoria, oppure fonte iniziale, o invece destino di epilogo.
Nella sintesi consiste forse la risposta, nell’affollamento di figure autorevoli nell’iscrivere traccia ma fugaci nel dileguarsi, nella mano operosa tanto da armare l’ambiente e poi condurlo a vita e recesso, nella storia vissuta seppure non scritta, sino a indurre a pensare che nemmeno sia stata.
Permangono spazi del tempo e luci della memoria. Ma sono varchi aperti al futuro.
Segnano quella “frontiera”, ripresa da Crespi e originaria di Vittorio Sereni, limite e soglia dell’umanità, mistero e natura, che Tacito avrebbe collocato tra i “confini al di là e al di qua dei quali non è lecito andare”.
Sono i confini di Ulisse, del progresso esasperato, della consumazione del consumismo, della vetta promessa e della fiducia irretita.
Per correre altrove l’uomo è scomparso dal proprio luogo.
Ora, dopo stanze e fabbriche in solitudine d’abbandono, potrebbero rinascere i “Fumetti”, materia germinante e magma originario a preludio di altra umanità.
Potrebbero. A buon diritto, in coerenza alla linearità di visione, poetica e linguaggio di Giancarlo Ossola. Nel crescendo sinfonico che non ha patito pause di alienazione e ha invece attratto cori di lettura attenta ai concetti di “essere” e “abbandono”.
Una silenziosa, appartata linea di continuità attraverso anni di notti insonni, la luce entro le grate di via Pastrengo, Milano assonnata, la strada di voci operaie e multietniche.
Quando si stempera il buio e sale l’alba, Ossola, come una delle sue figure, si dilegua; e lo studio ritorna allo spazio della solitudine.
Ma la pittura ha scritto un’altra pagina di civiltà.

Claudio Rizzi





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