curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2007

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TRENTO LONGARETTI - OPERE INEDITE

Data: 1 aprile – 27 maggio 2007
Sede: Maccagno (VA), Civico Museo Parisi-Valle, via Leopoldo Giampaolo 1
Patrocinio: Regione Lombardia e Provincia di Varese
Collaborazione: Comune di Maccagno, Civico Museo Parisi-Valle, Ad Acta.


La mostra dedicata a Trento Longaretti si propone nel programma dedicato dal Civico Museo di Maccagno alla contemporaneità dell’Arte e all’approfondimento dei valori di attualità. Si concretizza dunque un nuovo rilevante incontro con una figura di alto profilo, artistico e morale, tra i protagonisti dell’arte contemporanea italiana e, in particolare, lombarda.
La rassegna dedicata a Trento Longaretti si fonda sulla presentazione di opere inedite. Si tratta dunque di un’esposizione nuova, con un proprio carattere di interesse e di novità.
Emergono coerenza di continuità, unità di ispirazione, connessione di filo logico nel corso degli anni e la mutevole ma costante intensità o vibrazione di linguaggio espressivo.
Trento Longaretti, nato a Treviglio nel 1916, allievo di Aldo Carpi, Direttore dell’Accademia Carrara di Bergamo dal 1953 al 1978, è artista di primo piano nell’evoluzione dell’arte in Lombardia nel XX secolo, dotato di forte personalità poetica e di indiscusse doti tecniche.
La sua attività artistica decorre dalla fine degli Anni ’30, con esposizioni e recensioni che danno inizio a una lunga e fulgida carriera tuttora in atto. Il percorso di attività è intenso e articolato a livello nazionale e internazionale, costellato da successi e accompagnato da una cospicua letteratura critica che ne approfondisce con dovizia e documentata analisi l’ispirazione, le tematiche e le costanti espressive.
Solitudine, esodo, pellegrinaggio oppure esilio, povertà della periferia sociale e dignità esistenziale, emergono come temi portanti non solo in termini di pittura figurativa ma quali elementi sostanziali della sensibilità dell’artista. Ne consegue una mostra di alta intensità, capace di spaziare oltre i valori tecnici della pittura e attivare, dall’ispirazione del Maestro, dialogo e dibattito inerente il compito dell’arte, l’interpretazione del contesto universale, la funzione intellettuale dell’artista nella società e nel proprio tempo.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Palcoscenico e percorso

L’opera di Trento Longaretti è documentata da grande ricchezza di testimonianze, testi e saggi.
Ma non tutto è detto e soprattutto la continuità, l’inesauribile interiorità di Longaretti, inducono ad approfondire, studiare e leggere non solo il suo lavoro ma il senso e il grado del suo essere artista.
Nello scorso anno si è celebrato il novantesimo compleanno di Longaretti, corrispondente, più o meno al settantesimo della sua pittura. Tuttavia lo stupore che ancor oggi desta il suo lavoro non dipende da ragioni anagrafiche ma dalla lucidità poetica in continua armonia di coerenza e sensibilità.
Lungo il percorso di questi settanta anni, apparentemente è cambiato il mondo. Sì, non esisteva Internet e la luna era territorio di sognatori, il treno produceva nerofumo e dormire con lo scaldino era lusso. E’ cambiato tutto eppure Homo Homini Lupus vige ancora e il latifondo che sembrava in via di estinzione si è rigenerato, in diverso aspetto, determinando immani territori di ricchezza e indicibili estensioni di povertà. In rapporto alle attese e alle promesse di progresso, civiltà e sistema sociale, probabilmente i nuovi poveri sono responsabilità sociale più grave dei vecchi poveri. E tanto più preoccupano i poveri vecchi.
Le nostre città sono tornate al feudalesimo dell’accattonaggio e i barconi della speranza sono esodo quotidiano.
Longaretti non si è lasciato illudere dai proclami del cambiamento. Ha distinto il mondo dalla condizione umana e non ha guardato ai pochi ma alle moltitudini.
Quando dipingeva negli anni ’40 e ’50, le statistiche non erano puntuali e precise come oggi e probabilmente non si conoscevano le percentuali, ignorando che il venti per cento della popolazione mondiale vive con l’ottanta per cento delle risorse del mondo e che, per contro, l’ottanta per cento dell’umanità sopravvive o soccombe con il restante venti per cento delle risorse.
Percezione e sensibilità colmavano le lacune dell’informazione.
Poveri e viandanti solcavano la pianura di Treviglio e Caravaggio per tentare nuove sorti a Milano o Bergamo. Era la misura del viaggio, la prospettiva del sogno.
Poi vennero le fiumane dall’Est e dal Sud.
Aldo Carpi, maestro di Longaretti all’Accademia di Brera, personalità di grande valore e forte umanità, militare durante la Prima Guerra Mondiale, viene inviato sul fronte albanese e ne riporta intense testimonianze.
Tocca poi a Longaretti, Seconda Guerra Mondiale, Kosovo e Albania. Documentazione militare affidata a carta e penna, carboncino e acquarello. Immagini, costumi e popolazione in analogia al réportage di Carpi.
Infine gli anni ’90, crisi dei Balcani, il Kosovo irrompe sulla scena mondiale, stampa, televisione, documentari. E Longaretti rivede tutto, quasi il tempo si fosse fermato, ritrova Carpi e i propri ricordi, la realtà sospesa, la dimensione immutata. Il mondo è cambiato ma laggiù no.
Detrattori o invidiosi, e poco importa la differenza perché spesso sono parenti, hanno tacciato Longaretti di vecchia pittura. Ma la pittura non è vecchia quando è viva e tantomeno la poetica quando radicata e incisiva.
Non è un caso se, all’alba del nuovo secolo, mentre sorgevano nuove attese e si riproponevano vecchi scenari, l’ONU ha ordinato a Ginevra una grande mostra dedicata a Longaretti e intitolata “La povertà tra la gente”.
Un omaggio al pittore ma soprattutto un riconoscimento internazionale all’intonazione poetica del tema, costante e coerente lungo il percorso della vita.
Questa è l’essenza del suo cammino. Non è un abito, non è una forma ma anima intima che si è espressa in pittura. Linguaggio di evidenza, di immediatezza, di comunicazione attiva e apparentemente facile. Forse Magritte, in calce a un povero di Longaretti avrebbe scritto “questo non è un povero”, intendendo alludere “questa è la condizione di gran parte dell’umanità”.
Ma Longaretti no. Non adotta l’ironia né l’iperbole, semmai la metafora e, nei toni della favola, testimonia la realtà della cronaca.
La sua attitudine al colloquio corrisponde alla disponibilità d’ascolto e precludere o limitare, in qualsiasi modo e misura, significherebbe ridurre la libertà di partecipazione.
Longaretti nutre grande rispetto per il pubblico, manifesta gratitudine e consapevolezza, sa di aver potuto dire tanto perché ha sempre beneficiato di vasta platea. L’autenticità ha generato la verità.
Spontaneo e senza orpelli Longaretti, ricettivo e caloroso il pubblico. Si è instaurato un dialogo diretto, intenso e fervido negli anni, oltre la sequenza delle generazioni e il dettato delle mode, fondato sull’espressione della sincerità e sulla percezione della semplicità.
Longaretti non ha forzato i panni d’artista, non ha enfatizzato toni carismatici e non ha esibito autorevolezza di ruolo. Non è ricorso a forma alcuna. E’ stato ed è semplicemente se stesso. Ha scelto la vita, l’essenza, rinunciando a ogni sintassi di esteriorità.
Ha eluso anche il linguaggio veristico, ha evitato precise connotazioni, determinazione di tempo e luogo, riferimenti realistici.
Come il sostenitore della pace non agita zuffe e non esaspera invettive, Longaretti intona poesia in luogo di polemiche politiche o sociali, dipinge memorie invece di denunce, esalta la dignità per debellare la disperazione.
Personaggi poveri ma dignitosi, consapevoli ma forti del proprio destino, portatori di speranza come dote esistenziale. L’intonazione narrativa prevale sull’asperità dei contenuti perché la favola predispone un futuro di sollievo, la cronaca fissa la drammaticità dell’atto concluso.
La fiducia pervade la poetica di Longaretti come incoraggiante sentimento di perseveranza, quasi certezza di religiosa natura, intima risorsa di grande apporto.
Non risuona pietà ma senso aulico di pietas che non è commiserazione ma condivisione di fede nella prospettiva di una dimensione divina ben diversa dai limiti della natura umana.
Un sentimento letto e frequentemente interpretato come accettazione di fede, religiosa rassegnazione oppure ottimismo .
Ma non si tratta di unica condizione passiva, sopportazione o convinzione che sia: le figure di Longaretti vivono un esistenzialismo forte.
L’essenza si estende alla apparenza, l’animo delinea e circoscrive una realtà che non incombe più in generica drammaticità ma levigata dall’indole e arginata dalla dignità, concede ancora diritto alla vita.
Viandanti ma non in fuga. Esodo ma non esilio. Il coraggio dell’indignazione e la meta di nuove prospettive. In famiglia, gli affetti, i valori primari. Un gesto, presenza e tensione emotiva. Il paesaggio attornia ma non opprime, appare morbido nelle linee, suadente nei toni, accoglie sole e luna e il presagio delle stelle.
In cammino. Eppure sempre si configura un fiducioso viaggio di andata. Mai un mesto ritorno. Aleggia un sorriso. Risuona musica dagli strumenti frequentemente citati come compagni di percorso. Una sinfonia silente che accompagna, motivo conduttore della pittura di Trento Longaretti dagli albori alla continuità.
Una umanità consapevole della storia, delle radici e della traccia che intesse il mondo nel tempo. Storia e traccia che spesso quei viandanti ritrovano nei cimiteri, dove il silenzio testimonia e il vento racconta. Lapidi semplici, senza paura di resurrezione, povere ma intense in religiosa semplicità.
Consapevoli dell’orizzonte, come anime procedono le figure. Forse è poca la differenza, l’interiorità ha assunto forma, avviene ovunque, ogni giorno. Figure dipinte eppure loquaci.
Longaretti ha affidato loro un palcoscenico universale. Vestiti così, poveri ma cittadini del mondo, senza nome e senza luogo, senza chiedere e senza affliggere, transitano e vanno con la delicatezza del non arrecare disturbo.
Un tempo, per insegnare la vita, si narravano metafore e favole. Longaretti, nato quando Treviglio era campagna e il tramonto ricomponeva la famiglia, mai ha dimenticato il sapore della sera dinnanzi al camino.

Claudio Rizzi





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