curatore esposizioni di arte moderna e contemporanea CLAUDIO RIZZI : critico d'arte  




ESPOSIZIONI 2007

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MAX MARRA - LODE A SAN FRANCESCO DA PAOLA

Data: 1 marzo - 1 aprile 2007
Sede: Milano, Oratorio della Passione, Museo della Basilica S. Ambrogio
Patrocinio: Regione Lombardia e Provincia di Milano
Collaborazione: Ad Acta


Nel 2007 ricorre il cinquecentesimo anno dalla morte di San Francesco da Paola, Patrono della città di Paola e della Calabria.
Max Marra, artista nato a Paola nel 1950 e operante a Lissone dagli Anni ’70, ha frequentemente interpretato, nella propria attività artistica, la devozione popolare e la tradizione religiosa che accompagnano nei secoli la figura di San Francesco da Paola.
Nel corso dell’anno verranno istituite celebrazioni ufficiali dedicate alla ricorrenza e in questa ottica si situa l’omaggio personale che Marra aveva in animo da tempo.

A cura di Claudio Rizzi, con testo autobiografico dell’artista e un saggio in catalogo a firma di Teodolinda Coltellaro, storica e critica d’arte docente in Calabria, la mostra propone quindici opere selezionate e suggestive nell’evocazione di sentimenti, tradizione e rimando all’iconografia che sempre ha contraddistinto la figura del Santo.

La mostra, fondata sul linguaggio astratto e post informale di Max Marra, unicamente concessivo alla figurazione nell’inserzione di un simbolo iconografico, apre e concorre al dibattito inerente l’Arte Sacra, proponendo il sostanziale quesito che pone in dialettica o dualismo da un lato la necessità di raffigurazione del sacro e, d’altro canto, la sacralità dell’arte nell’espressione di sentimenti evocati dalla suggestione.
Le opere in mostra costituiscono anche una rivisitazione del percorso artistico di Max Marra, provengono in gran parte da Collezioni private e sono datate nel tempo, a testimonianza della coerenza tematica che ha accompagnato e contraddistinto l’artista nel volgere degli anni, nella continua evoluzione di linguaggio intenso, teso al recupero e all’interpretazione dei contenuti di storia e umanità.



Testo in catalogo di Claudio Rizzi:

Le radici all’orizzonte

Partire ma portarsi dentro il luogo. E non elidere mai il desiderio del ritorno; alle radici, alla memoria, ai cromosomi.
Negli anni ’70, il meridionale che approda a Milano e dintorni non è più un emigrante, semmai solo benevolmente terrone ma ha già acquisito passaporto di piena uguaglianza e diritto a stima e considerazione.
Marra lo sa e cala l’ancora. Erige casa, famiglia e studio. Ma tutto ciò non implica dimenticanza o separazione dalle origini.
A Milano, Monza e Lissone, Marra è cittadino del mondo ma intimamente è cittadino di Paola. E’ calabrese nella tradizione, negli affetti, nell’apprensione. Cerca il mare, l’orizzonte infinito, l’azzurro di luce. Scruta lontano ma la foschia lombarda nasconde Scilla e Cariddi.
All’ombra di S. Ambrogio ha trovato molto, all’ombra di san Francesco ritrova le radici.
Un legame consapevole ma forse persino inconscio, tanto da determinare, in ogni suo viaggio in automobile Monza - Paola, una sosta di devozione ad Assisi, al primo Francesco, il Santo che orientò la scelta e la vita di San Francesco da Paola.
I viottoli, gli anfratti, i giardini della Basilica compaiono dai primi disegni giovanili. Sono i luoghi della bellezza del silenzio, del chiaroscuro nella luce all’apice, della sinfonia del tempo nel consenso della civiltà.
Luoghi d’infanzia e luoghi di sempre, a futuro, legame continuo come le ossa. Il ritorno è spontaneo come l’acqua per l’assetato, come rincasare a sera.
Il film dei ricordi si avvolge attorno alla Basilica e al Santo. Perché Francesco è Paola, come Compostela è Santiago.
Crescere ascoltando le vicende del Santo, l’eremita che percorse il mondo educando i potenti della terra, significa percepire storia e tempo, spazio dell’umanità e proiezione dell’infinito. Comprendere il passato consapevoli del futuro. Concepire la partenza non come allontanamento ma come continuità in estensione, colloquio di umanità e trasfusione esistenziale.
Il viaggio allora non diviene distacco ma tessitura di vita. E la solitudine, quando risuona, è ricchezza interiore, dialogo e approfondimento.
Marra, calato nel panorama ai piedi della Brianza, calabrese tra longobardi, niente mare e un sole pallido, ha alimentato amicizie forti ma certo ha trovato anche la solitudine.
Predicare l’arte nel territorio sacro al rito del danaro. Parlare d’informale là dove i millimetri rigorosamente fanno precisione e risparmio. Proporre una pittura nuova là dove imperava fatidico il mobile in stile. Talvolta sarà risultata benvenuta anche la nebbia, benevole nel celare tutto, pensieri, amarezze e scoramenti compresi. Eppure era quello il territorio adatto alla vocazione. A Parigi un missionario dell’arte non avrebbe senso.
Nell’isolamento del suo studio, Marra ha creato la fucina della sua vita e allestito un palcoscenico di dialogo. Lì, talora senza nemmeno sapere se fuori fosse giorno o notte, si sono intrecciate forti le tesi dell’arte, le antitesi del dibattito, le conversioni alla sensibilità.
Lo studio è diventato luogo di incontro, centro di documentazione, serbatoio spontaneo di idee e confronto. Lieve ma radicata si è accesa una funzione sociale tesa a condurre il tema d’arte oltre il quadrilatero del privato ed estenderlo invece alla disponibilità collettiva, alla dimestichezza e alla confidenza.
Un poco eremita e un poco precettore è anche Marra. Senza iperbole e lungi da blasfemia, la fede dell’arte, potente e genetica, induce Marra alla comunicazione continua, alla divulgazione dei valori, alla scuola di apprendimento e innazitutto di sensibilizzazione.
Vocazione autentica, animata in tono colloquiale, senza mira o dissimulazione, senza autoreferenza o egocentrismo d’obbligo; semplicemente, Marra insegnante nelle aule degli studenti, tende al ruolo anche all’esterno.
Un cammino di semina, generoso e altruista sì ma importante anche in proiezione personale, nelle fasi di valutazione, pensiero e verifica, nell’approfondimento e nella rimeditazione, nel confronto e nel risultato. Ne deriva l’intransigenza proiettata sul proprio lavoro. Ove si coniugano fisicità e intellettualità. Fatica e manualità di ossidi, terre, tele, corde e materie dure, tutto tradotto nell’incorporeità della suggestione, nel sinuoso richiamo dell’evocazione e nella libertà di lettura.
Le mani immerse in fucina, strumenti, pennelli, barattoli e quanto altro, intonano le note della vita, come colonna sonora e motivo conduttore, tasselli che compongono il ritratto dell’esistenza.
Tornano i ricordi della stazione, i binari, i depositi materiali, i treni e i loro racconti. Stridono i freni ma tacciono i treni e non confidano mai niente. Eppure sono testimoni di vita, di speranza,edi dolore, di abbracci d’addio e salvezza del ritorno.
Sono ferro e legno ma sono parte di grande umanità.
E un giorno Marra prese il treno e partì per il Nord. Poi vennero opere e titoli come “attraversamenti” e “dune” ed “essenze” e corde e funi che sembrano trattenere o rassicurare o perlomeno ricollegare, fosse solo nell’animo, nel ricordo, nel sentimento.
Corde intrecciate, cucite come le reti dei pescatori, scure come il saio di un frate, consunte come la vita di un santo e vive come la quotidianità del mare.
Ancora oggi Marra cerca il mare che è nelle vene e quando è là, a Paola, lo percorre, lo respira, lo chiama perché gli manca.
E’ l’infanzia, la radice. La verità oltre la cronaca del sociale, oltre lo scorrere del tempo che porta frutti ma consuma. Tutto scorre e tutto cambia ma quelle immagini, lui Massimiliano bambino, la riva, le onde e il sole, i viottoli, la città che sale e la Basilica, gli ulivi e la presenza del Santo, quel contesto è immutabile, sarà forse anche fotografia in tinta di seppia ma è il cardine fermo per ripartire ogni giorno.
E’ interiorità e palpita ancora. E’ sotteso nel lavoro, nelle equazioni di materie e campiture, nel segno fendente come ombra di mezzogiorno, nel silenzio estatico del paesaggio e dell’orizzonte.
Per dire a quel ragazzo, nei colori e nella corporatura di trenta quaranta anni indietro, al suo sguardo sognatore, alla voglia di conoscenza e conquista, che era desiderio giusto e non ambizione, che occorreva partire per saper riconoscere l’intensità del ritorno, che era debito cimentarsi e affrontare il percorso. Un comandamento è sacro e uno è laico. Onora il padre, la madre e le radici. Rendere sacralità all’origine che è terra, storia e tradizione.
Rendere è restituire, ritornare, ripercorrere, è sintomo se non sinonimo di nostalgia. Il mondo è tondo, forse anche il viaggio è tondo. Comunque la maturità comporta ponderazione dei valori.
In mare aperto l’orizzonte è equidistante al procedere della navigazione.
La rotta è tracciata e avanti tutta, ricordando che a terra risuona il sapore di casa.

Claudio Rizzi





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